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Via dall’Opec, l’ultimo sgarbo del piccolo Qatar al regno…

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DIETRO LA DECISIONE DI DOHA

Via dall’Opec, l’ultimo sgarbo del piccolo Qatar al regno saudita

Saad al-Kaabi, chief executive di Qatar Petroleum (Reuters)
Saad al-Kaabi, chief executive di Qatar Petroleum (Reuters)

Doha ha fatto quello che nessun paese mediorientale aveva finora osato fare: uscire dall’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) . Le motivazioni ufficiali - concentrarsi sul mercato del gas naturale liquefatto– sarebbero anche comprensibili. Ma dietro il clamoroso abbandono del Qatar vi sono gravi tensioni geopolitiche con le vicine monarchie del Golfo, prime fra tutte l’Arabia Saudita.

La guerra fredda con Riad
Sono ormai 18 mesi, infatti, che il Qatar si trova sotto un durissimo embargo (aereo, navale e terrestre) deciso dall’Arabia saudita insieme a Bahrein, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Era il 5 giugno 2017 quando Riad, pochi giorni dopo aver forgiato l’alleanza con il presidente americano Donald Trump in chiave anti- iraniana, accusò il Qatar di sponsorizzare il terrorismo jihadista internazionale e di intrattenere pericolose relazioni con l’Iran, a sua volta etichettato come il maggior “contribuente” al terrorismo islamico.

Volevano mettere in ginocchio il piccolo ma ricchissimo Emirato. Non ci sono riusciti. Anzi, Doha ha rafforzato i legami commerciali con l'Iran, l’Oman e la Turchia. Ha firmato contratti di forniture militari per miliardi di dollari con diversi Paesi europei, ed oggi guarda a Riad con aria di sfida.

Grande produttore di gas piccolo estrattore di greggio
Nessuno mette in dubbio che la produzione petrolifera del Qatar abbia sempre avuto un ruolo marginale in seno all’Opec. Con l’introduzione degli ultimi tetti Doha sta estraendo circa 600mila barili al giorno, meno del 2% della produzione complessiva dell’Opec. La differenza rispetto agli oltre 10 milioni di barili estratti dall’Arabia Saudita parla da sola. Ma anche rispetto ai 4,6 milioni di barili dell’Iraq, ed ai 3,3 dell’Iran, il gap è ancora molto ampio. Ciò nonostante le critiche mosse a Riad dal ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kabi, mostrano l’insofferenza verso quella che, agli occhi di altri Paesi membri, è una posizione di quasi monopolio in seno all’Opec: «Non stiamo dicendo che usciremo dal business del petrolio, ma che questo è controllato da un’Organizzazione gestita da un Paese», ha puntualizzato Al-Kabi senza tuttavia menzionare esplicitamente l’Arabia Saudita.

Le cose stanno diversamente quando si parla di gas, soprattutto di gas naturale liquefatto (Lng), di cui il Qatar è leader mondiale con una produzione corrente di 77 milioni di tonnellate l'anno. E un obiettivo di portarla entro il 2024 ad oltre 110 milioni di tonnellate. Certo, se convertissimo il gas prodotto in petrolio equivalente, il Qatar produrrebbe 4,8 milioni di barili al giorno di greggio e potrebbe raggiungere in futuro quota 6,5 mbg.

Perché il Qatar è importante
Con una dote energetica (per quanto di gas naturale) così importante Doha resta un protagonista di primo piano nel mercato energetico globale. Il suo ruolo giocato all'interno dell'Opec, di cui è divenuto membro nel 1961 (un anno dopo la creazione del Cartello da parte di Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela)è sempre stato più rilevante del suo apporto in termini di produzione. La sua invidiabile posizione geografica, (è una propaggine di terra nel Golfo arabico), i suoi progetti in campo energetico, dalla raffinazione all’Lng passando agli impianti di etanolo, lo rendono un player energetico difficilmente rimpiazzabile. Uscendo dall'Opec (dopo 59 lunghi anni di permanenza) Doha lancia un segnale di rottura in un periodo storico in cui il Cartello è molto vulnerabile a causa delle tensioni tra Iran e monarchie del Golfo.

L’Opec divisa e indebolita che piace a Trump
Per quanto abbia sempre ribadito di essere un’organizzazione economica, e per quanto sia finora riuscita a mantenere (faticosamente) questo stato (anche durante la guerra tra Iran e Iraq del 1980-1988 non vi furono defezioni) , l’Opec è ormai vittima di tensioni geopolitiche che ne stanno condizionando le sue scelte in materia di tagli e aumenti della produzione petrolifera.

Tutte queste tensioni vanno a discapito della compattezza dell'Organizzazione. Che è il primo requisito per rispettare le decisioni assunte nei vertici in materia di tagli o aumenti produttivi.
L'Opec è nata e continua ad esistere per influenzare i prezzi del greggio portandoli su valori desiderabili per i suoi membri (oggi sono 15, incluso il Qatar) . Sebbene l’ascesa di Paesi produttori esterni al Cartello abbia eroso la sua quota produttiva (scesa a circa il 40% di quella mondiale), i Paesi dell’Opec detengono comunque l’81% delle riserve mondiali di greggio.
Un'Opec divisa, meglio ancora se fallita, sarebbe una situazione gradita al presidente americano Donald Trump. Lui da tempo cerca di minarne la compattezza. Anzi, se potesse, vorrebbe assistere alla sua capitolazione.

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