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Brexit, parla Blair: «Soltanto il ritorno al voto può sbloccare l’impasse»

«Un secondo referendum darà l’opportunità ai cittadini di scegliere ancora una volta se uscire radicalmente dall’Unione Europea o rimanere. Non dare la possibilità di decidere creerebbe un senso di smarrimento a quei milioni di britannici che ancora oggi credono nell’Europa».

L’ex premier britannico Tony Blair ed ex leader del Labour Party, torna ad animare la scena politica britannica dalla quale era rimasto assente dopo avere lasciato la guida del governo nel 2007. In questi anni con la sua fondazione «Tony Blair Institute» si è occupato di globalizzazione ed è stato advisor dei governi sulle politiche di integrazione.

Un ritorno di peso nel sostenere un secondo referendum, riconosciuto anche dal premier Theresa May che ha scelto Blair per un confronto televisivo e non l’attuale leader del Labour Party, Jeremy Corbyn. Quale sarà il suo ruolo in questa fase delicata per il Paese, al momento non è chiaro: «Ho avuto un incontro con alcuni MPs del partito laburista qualche giorno fa» si è limitato a dire nel corso di una conferenza davanti agli industriali e al mondo della finanza riuniti poco lontano dalla City di Londra. Di certo, non ha parlato con Corbyn: «Immagino che io sia l’ultima persona che lui ascolterebbe», ha tagliato corto con una battuta che non sfugge agli osservatori che leggono nelle sue parole l’insoddisfazione di una parte del partito sulla posizione altalenante dell’attuale leader proprio sulla Brexit: «Non sono un esperto dell’attuale leadership del Labour party – ha ironizzato – ma credo che in caso di referendum sosterrà apertamente la linea del Remain». In questa intervista, Tony Blair spiega la sua strategia per evitare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

La prossima settimana il Parlamento voterà l’accordo firmato tra il governo May e l’Unione Europea. Quale pensa sarà il risultato?

Non credo che l’accordo passerà al primo turno. Ci sarà un secondo voto in Parlamento, ma anche in questo caso non vedo una maggioranza netta. Qualcuno suggerisce che alla fine ci sarà il via libera del Parlamento ritenendo questo accordo la soluzione migliore di un accordo mancato. Ma non credo che sia così, perché il deal firmato dal premier Theresa May è una via di mezzo che non piace a nessuno, né ai parlamentari favorevoli al divorzio radicale con l’Unione né a quelli che vogliono rimanere nell’Unione. Ci troviamo di fronte a un impasse che può essere sbloccata soltanto con un secondo voto.

Gli industriali e il mondo della finanza chiedono di sostenere l’accordo. Lei che cosa risponde?

Al momento ognuno ha una propria visione della Brexit e il premier deve cercare di mettere d’accordo le due anime dei Conservatori, quelli favorevoli e quelli contrari. Un lavoro difficile, lo so perché ci sono passato. Non sono d’accordo con lei, ma la rispetto. Agli industriali dico che il rischio della Brexit è ignorare i cambiamenti in corso: di fronte alla crescita economica e politica dei tre giganti del pianeta Usa, Cina e India, Paesi di medie dimensioni come Gran Bretagna, Italia e Francia hanno solo un modo per affrontarli ed è quello di stare insieme.

Come vede in futuro le relazioni tra Gran Bretagna e Unione Europea?

Spero che alla fine si decida di non abbandonare l’Unione Europea, ma se dovesse succedere credo che bisognerà cercare di fare il meglio per il Paese ponendo l’attenzione sulle relazioni commerciali, sulla sicurezza e difesa oltre all’educazione, alla formazione e ricerca. Questi sono i tre pilastri che devono essere salvaguardati. Se la Brexit ha avuto un senso, è di essere stata una sveglia per il futuro dell’Europa.

In che senso?

Basta vedere che cosa sta succedendo non solo in Gran Bretagna, ma anche negli Usa con l’elezione di Trump, in Europa con i casi dell’Italia e Ungheria. C’è un problema di fondo e riguarda la conduzione delle politiche in Europa dopo la crisi finanziaria, ci sono fenomeni in atto che non possono essere ignorati come la crescita dei populismi insieme al ruolo rivoluzionario che in politica stanno avendo i social media nell’orientare o disorientare l’opinione pubblica. Il senso di insoddisfazione che si respira in Europa non può essere ignorato dalla politica, pena il fallimento del progetto europeo.

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