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il parlamento decide martedì

Brexit, un lungo weekend di paura: l’accordo non ha voti. Torna in campo l’Ue?

Il weekend che precede la cruciale decisione del Parlamento britannico su Brexit è come si annunciava, tumultuoso. Girava voce che il voto previsto per l’11 dicembre sarebbe stato rinviato, probabilmente per dare tempo alla premier Theresa May di apportare i miglioramenti capaci di far digerire l’accordo anche ai falchi conservatori e ai dieci deputati del partito nordirlandese. Ma è stata una stessa fonte del governo qualche ora dopo a smentire la voce e confermare il voto di martedì con un breve dispaccio Reuters. Rinvio o no, sembra comunque davvero difficile che questo accordo raggiunto dalla signora May con i leader dei 27 Paesi Ue passi: sia i brexiteer radicali sia i deputati nordirlandesi sembrano irremovibili, insensibili alle promesse di cambiamento del testo e alle minacce non più velate di disastrose conseguenze in caso di «no deal».

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In queste ore si parla anche della possibilità di “un piano di salvataggio” da parte, ancora una volta, della «perfida Ue» - così l’hanno raccontata in questi due anni i cantori della pura Brexit.

Theresa May potrebbe così volare a Bruxelles per negoziare ritocchi piccoli e non in grado di placare la rivolta interna al suo partito e alla sua maggioranza perché attualmente - è l’opinione di tutti - l’accordo non passa. Si tratterebbe però di dichiarazioni d’intenti, chiarimenti, persino lettere di rassicurazione indirizzate a singoli gruppi di deputati ma il punto più contestato - il backstop al confine fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda - rimarrebbe intatto. Al massimo si potrebbe sottolineare ancora una volta che la non frontiera tra le due Irlande, o al massimo una frontiera tecnologica si è scritto in queste ultime ore, sarà «temporanea» in attesa di definire tutti gli accordi commerciali durante il periodo di transizione dal 29 marzo 2019 al dicembre 2020 ma pochi credono alla temporaneità soprattutto perché il post Brexit sembra ancora più lungo dei negoziati.

Tutti a Londra sono ben consapevoli che questi abbellimenti, o la promessa di May di un controllo parlamentare sul backstop nordirlandese (che prenderà la forma di un emendamento che i deputati fedeli a May presenteranno lunedì), sono cucchiaini di zucchero che non basteranno a mandar giù l’amara medicina con cui il Regno si ritrova ancora più piccolo, e l’Ue palesemente vincente.

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Sempre lunedì 10 dicembre, ore di nervosa vigilia del voto, dovrebbe inoltre arrivare la pronuncia della Corte di giustizia europea che, è la previsione, confermerà il parere dell’avvocato della Corte e cioè che la Gran Bretagna può revocare unilateralmente l’articolo 50 del Trattato con cui ha avviato la procedura per l’uscita dalla Ue. Cosa che sarebbe una buona notizia viste le implicazioni giuridiche, non tanto buona se si pensa alle conseguenze politiche: la possibilità di un secondo referendum il cui percorso, scrive l’Economist, un settimanale certo non tifoso di Brexit, «è pericoloso». Vi sono tanti e tali ostacoli politici che sarebbe meglio non pensarci neppure, è il ragionamento, fermo restando il fatto che una nuova chiamata alle urne farebbe assomigliare il Regno Unito «all’ignobile Ue che richiama al voto i suoi elettori quando non gli piace il risultato elettorale».

Questi però sono tutti analisi e ragionamenti propri di un certo conservatorismo britannico che non ammette esteticamente sceneggiate come un secondo voto, e pragmaticamente ripensamenti che renderebbero ancora più instabili economia e mercati. Nell’immediato è che in nessun modo, in nessun caso, si intravede la nascita di una maggioranza a Westminster in vista di martedì.


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