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ENNESIMO COLPO DI SCENA

Brexit, May rinvia il voto in Parlamento per evitare la disfatta. Giù la sterlina. Otto scenari possibili

LONDRA - La settimana a Westminster è iniziata con un rinvio. La premier Theresa May ha annunciato al Parlamento la decisione di rinviare il voto previsto per domani per evitare una sconfitta umiliante.

Il rinvio è sine die: la May ha detto che intende tornare a Bruxelles e incontrare leader della Ue e dei Paesi membri per tentare di ottenere ulteriori garanzie. La sua speranza è di tornare a Westminster con un nuovo testo del Withdrawal Agreement, l'intesa sull'uscita della Gran Bretagna dalla Ue, che possa avere il sostegno di almeno 320 deputati e possa quindi essere ratificato. Secondo le regole la premier ha tempo fino al 21 gennaio per presentare il testo al Parlamento.

Brexit, May rinvia il voto in Parlamento. Gli scenari possibili

Le tensioni politiche sono tali però che la situazione potrebbe sfuggire di mano alla premier. Vediamo quali sono le opzioni possibili:

Opzione vittoria
Se l'opera di persuasione della May va a segno e la premier ottiene un testo accettabile alla maggioranza dei deputati, nelle prossime settimane il voto potrebbe andare a suo favore. Questo sarebbe l'esito più semplice: la May resterebbe in sella e ci sarebbe la certezza che la Gran Bretagna uscirà come previsto il 29 marzo 2019 e che, come stabilito con la Ue, ci sarà un periodo di transizione che dovrebbe finire nel dicembre 2020 ma che potrebbe essere prorogato. Le possibilità che questa opzione diventi realtà sono però remote perché oggi sia l'Unione Europea che il premier irlandese Leo Varadkar hanno ribadito che non intendono tornare al tavolo delle trattative. I margini di manovra della May sembrano quindi estremamente limitati.

Opzione mozione di sfiducia al Governo
Il partito laburista potrebbe presentare una mozione di sfiducia al Governo già domani. Il leader Jeremy Corbyn ha dichiarato oggi che “non abbiamo più un Governo funzionante”. Il Labour non ha i numeri per farla approvare senza il sostegno di deputati di altri partiti, ma potrebbe creare un'alleanza ad hoc con gli oltranzisti pro-Brexit conservatori per far cadere la May e andare alle urne, con il via libera di due terzi del Parlamento. Se il Governo fosse sfiduciato, si andrebbe a elezioni anticipate da indire dopo un minimo di 25 giorni per consentire i preparativi.

Opzione dimissioni May
Dopo l'ennesima umiliazione da parte del suo stesso partito, la May potrebbe concludere che non ha la fiducia del Parlamento e dei Tories e rassegnare le dimissioni. L'opzione è però improbabile sia perché la premier è molto determinata ad “andare fino in fondo”, come ha ripetuto diverse volte, sia perché non c'è un successore ovvio e quindi una sua uscita di scena non risolverebbe il problema. Il partito è talmente diviso in fazioni che non c'è un candidato che avrebbe il sostegno necessario. David Lidlington, il vicepremier de facto, potrebbe prendere le redini in via temporanea ma non sarebbe una soluzione di lungo termine.

Opzione “No Deal”
In teoria, la posizione predefinita o conseguenza inevitabile di un voto contrario in Parlamento sarebbe un “no deal”, cioè un'uscita dalla Ue senza un accordo. In pratica, però, è una possibilità remota perché il Governo è contrario e non c'è una maggioranza in Parlamento per procedere. Solo una manciata di oltranzisti pro-Brexit ritiene positiva l'opzione di lasciare la Ue senza un'intesa, che economisti e imprese considerano devastante per l'economia. La Banca d'Inghilterra ha avvertito che porterebbe alla recessione e avrebbe un impatto immediato sulla sterlina. Il Parlamento la settimana scorsa ha approvato una mozione che concede ai deputati il potere decisionale sui passi successivi alla sconfitta dell'accordo, quindi è improbabile che il “no deal” sia contemplato. La decisione della May di rinviare il voto ha però galvanizzato il fronte pro-Brexit, che spera di cogliere l'occasione per forzare un'uscita senza accordo.

Opzione secondo referendum
La novità emersa nel fine settimana è che anche gli oltranzisti pro-Brexit si stanno preparando a un secondo referendum. Dato che l'ipotesi da loro preferita di un “no deal”, l'uscita senza accordo, è ormai considerata remota a causa dell'opposizione del Parlamento, i sostenitori di una hard Brexit puntano ora a organizzare la campagna in vista di un secondo voto per convincere gli elettori a votare di nuovo a favore di uscire dalla Ue. Richard Tice, coordinatore di “Leave means Leave” si è detto convinto che un secondo referendum potrebbe essere indetto entro due settimane e che le chance sono 50/50.

L'opzione di un secondo referendum, che era stata proposta da un gruppo di deputati pro-Ue di diversi partiti, ha conquistato consensi nelle ultime settimane. La May si è schierata contro perché lo ritiene un tradimento della volontà popolare espressa nel 2016, ma i sostenitori sottolineano che un secondo voto sarebbe democratico perché permetterebbe agli elettori di esprimere la loro opinione con maggiori informazioni a disposizione sulle conseguenze di Brexit.

Stamani la Corte di Giustizia Europea ha pronunciato il suo verdetto su un caso avviato mesi da alcuni deputati anti-Brexit e ha confermato, come previsto, l'opinione espressa la settimana scorsa dall'avvocato generale. La sentenza conferma quindi che la Gran Bretagna può revocare l'articolo 50 e quindi annullare Brexit unilateralmente, senza il permesso della Ue o dei 27, cosa che faciliterebbe un secondo referendum.

Il Governo deve prima approvare la legge necessaria per indire un altro voto. Per poterlo organizzare servono diverse settimane, quindi sarebbe necessario anche chiedere alla Ue di concedere più tempo, rinviando Brexit ben oltre la data prevista del 29 marzo 2019. I sostenitori del cosiddetto “People's vote” sono convinti che i 27 Paesi membri sarebbero d'accordo e che un secondo referendum, ora che gli elettori sono più informati, porterebbe alla scelta di restare nella Ue.

Opzione voto per “Norvegia per adesso”
Nel fine settimana Amber Rudd, ministro del Lavoro e fedelissima della May, è stata il primo ministro in carica a dichiarare che se l'accordo sarà respinto allora l'opzione meno negativa sarebbe quella norvegese. La Rudd l'ha definita una “opzione plausibile anche se non desiderabile.” Numerosi deputati nelle ultime settimane hanno sostenuto questa ipotesi, dicendosi convinti che avrebbe una maggioranza in Parlamento e potrebbe quindi essere approvata senza troppe scosse.

La Gran Bretagna entrerebbe nello Spazio Economico Europeo, restando quindi nel mercato unico e non ci sarebbero contraccolpi per l'economia. Al contrario della Norvegia, dovrebbe restare anche nell'unione doganale per evitare il problema del confine interno irlandese. Con questa soluzione non ci sarebbero contraccolpi per l'economia e per gli scambi commerciali e Londra uscirebbe dalla Politica agricola comune e dalla Politica comune sulla pesca.

La Gran Bretagna dovrebbe però accettare la libera circolazione delle persone e quindi non potrebbe limitare l'immigrazione e “riprendersi il controllo delle frontiere” come ha promesso la May. Inoltre dovrebbe rispettare regole imposte dalla Ue e continuare a versare contributi al budget Ue. L'opzione viene chiamata “Norvegia per adesso” perchè nelle intenzioni dei deputati che la sostengono sarebbe una soluzione temporanea per tre anni in attesa di negoziare un nuovo trattato di libero scambio definitivo con la Ue.

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