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Giappone, Ghosn e Nissan incriminati per i compensi falsificati

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Giappone, Ghosn e Nissan incriminati per i compensi falsificati

Carlos Ghosn con tutta probabilità passerà il Natale nel centro di detenzione di Kosuge, a nordest di Tokyo, nelle grinfie di polizia e procuratori e con un limitato accesso ai difensori: il presidente e Ceo di Renault, cacciato dalla presidenza di Nissan dopo l’arresto del 19 novembre scorso, è stato incriminato con l’accusa di aver ordinato di sottostimare – nei report alle autorità di Borsa - di circa la metà l’ammontare dei suoi compensi nel periodo tra il 2010 e il 2015. Cinque annate finanziarie, successive all’entrate in vigore di regole sulla pubblicizzazione delle remunerazioni dei top manager, in cui avrebbe dichiarato compensi per circa 5 miliardi di yen anziché 10 miliardi.

Nella giornata di lunedì 10 dicembre - alla scadenza dei 22 giorni del «fermo di polizia» alla giapponese - è stato «riarrestato» per il sospetto di aver sottostimato i suoi compensi per le tre annate successive, fino al marzo 2018. In totale, la sottostima della sua remunerazione ammonterebbe all’equivalente di circa 9 miliardi di yen (70 milioni di euro). Con l’ulteriore mossa, le autorità potranno continuare a tenerlo in stato di detenzione e interrogarlo a lungo quotidianamente senza la presenza di avvocati, con l’obiettivo di convincerlo a collaborare, ossia a confessare. Ghosn finora continua a negare ogni addebito, sostenendo di aver assunto pareri legali secondo cui non era necessario indicare esplicitamente i compensi addizionali che avrebbe dovuto ricevere solo una volta che avesse lasciato la società. I soldi in contestazione, insomma, non li ha materialmente ricevuti.

La procura di Tokyo ha anche incriminato Nissan come società per le false comunicazioni alle autorità di Borsa relative ai compensi del suo ormai ex top manager. La stessa Sesc (Securities and Exchange Surveillance Commission) ha chiesto alla magistratura l'incriminazione formale sia di Ghosn sia della società per violazione delle normative sulle comunicazioni finanziarie. Intanto emergono nuove indiscrezioni sulla feroce lotta di potere che negli ultimi mesi è andata in scena, dietro le quinte, ai piani alti della seconda casa automobilistica nipponica. Secondo il Wall Street Journal, Ghosn avrebbe avuto l’intenzione di silurare Hiroto Saikawa, l’executive al quale l’anno scorso aveva ceduto il ruolo di Ceo mantenendo solo la presidenza del gruppo (e la leadership dell’alleanza con Renault). Ghosn avrebbe parlato con altri top manager della prospettiva di cambiamenti di vertice, alla luce delle performance deludenti negli Usa e dei problemi di controllo qualità emersi in Giappone. Saikawa è stato il promotore del «golpe» che ha portato Ghosn in carcere e l’ha estromesso dalla società solo pochi giorni dopo il suo arresto, senza dargli possibilità di replica.

Tra Nissan e Ghosn è guerra totale. Un esempio è che la società giapponese si oppone per via giudiziaria all’ingresso di suoi familiari o collaboratori in una villa «aziendale» in Brasile per prelevare effetti personali e documenti. Anche l’altro membro del board Nissan arrestato per presunta complicità con Ghosn, l’americano Greg Kelly, è stato formalmente incriminato. L’arresto di Ghosn pone in dubbio il futuro dell’alleanza tra Renault e Nissan, cui si è aggiunta due anni fa Mitsubishi Motors. Secondo teorie cospirative che circolano ampiamente, sarebbe stata proprio la volontà di Ghosn di procedere a una maggiore integrazione tra le tre aziende – che avrebbe finito per dare il controllo dell’alleanza alla parte francese - a provocare reazioni di rigetto in Giappone. In quasi la totalità dei casi, in Giappone le persone rinviate a giudizio vengono condannate.

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