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Brexit, Theresa May ora contro la Ue minaccia di mandare all’aria…

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alcuni ministri per un II referendum

Brexit, Theresa May ora contro la Ue minaccia di mandare all’aria l’accordo

La premier Theresa May
La premier Theresa May

La richiesta di aiuto, i toni concilianti, i sorrisi d’intesa, sono durati poco, non hanno funzionato. La premier britannica Theresa May è così passata alle minacce, anzi alla più grande minaccia che sa di ultimo rilancio: davanti al no della Ue - sancito da Jean-Claude Juncker, ribadito da Angela Merkel, confermato senza dubbi da Emmanuel Macron - di modificare l’accordo sull’uscita del Regno Unito dalla Unione europea, la premier britannica ha detto di essere pronta a far saltare il testo di 585 pagine faticosamente messo per iscritto dopo 18 mesi di negoziato, se la Ue non cambierà idea sul backstop. Il come è semplice, basta chiedere il voto del parlamento britannico la cui maggioranza è pronta a votare no.

Brexit, lite tra Theresa May e Juncker

Se la Ue non farà un passo indietro sul regime stabilito per il confine Irlanda- Irlanda del Nord, la non frontiera che entrerà in vigore solo nel momento in cui, dopo Brexit, non si saranno definiti i futuri accordi commerciali tra Unione e Regno. Il regime del backstop pur «temporaneo» è quello che non va giù ai deputati ribelli dei Tory e del Dup, il partito nordirlandese che sostiene il governo di May.

Secondo referendum fra retroscena e verosimiglianza
Siamo passati così dall’«è il migliore e unico accordo possibile», cantato in coro dai 27 leader e dalla stessa May fino a pochi giorni fa allo scontro totale. Ma quello della premier May non è, ancora una volta, un colpo di testa, non è una crisi di nervi di una leader fragile quanto una tattica che tiene conto della realtà. In queste ore infatti il Times di Londra - quotidiano i cui retroscena sono da prendere con le pinze - scrive che molti ministri del governo May considerano il l’accordo morto e sepolto, e discutono le altre opzioni sul tavolo, fra cui la più osteggiata dai conservatori e dalla stessa May, il famigerato e temuto secondo referendum su Brexit. Si tratta certo di un retroscena ma verosimile in questo contesto di caos e di debolezza della posizione negoziale britannica.

Le nuove tattiche della premier
In un contesto così, in cui realisticamente l’accordo non supererà le feste natalizie o perirà poco dopo, è facile per la premier May minacciare di farlo saltare. Non si tratta certo di una mossa stupida perché mette alla prova la fermezza della Ue e le paure di un «no deal» che anche la controparte vincente ha. Più passano i giorni e più la signora May affina insomma le sue capacità di giocatrice d’azzardo. Il che dà torto a un commento del New York Times che definisce oggi Brexit «la più noiosa importante storia del mondo». Non ci sia annoia, in verità.

Deal or not deal
Certo le conseguenze sono in ogni caso serissime, deal or not deal, ma la politica britannica assicura ogni giorno una nuova puntata meglio anche della scenetta fra Juncker e May che piace tanto sul web. In queste ore, ad esempio, il Times di Londra vede il governo britannico diviso in tre gruppi/fazioni: nel primo gruppo spiccano il neoministro di Lavoro e pensioni Amber Rudd, di nuovo al governo dopo le dimissioni di quattro ministri il giorno dopo la presentazione dell’accordo, e il cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond: sono quelli di cui May si può fidare ma si stanno convincendo che la cosa migliore è appoggiare un altro referendum su Brexit. C’è poi il secondo gruppo del ministro dell’Ambiente Michael Gove e quello dell’Interno Sajid Javid, due figure di primo piano che vogliono lasciare la Ue ma con un accordo in mano, pensano: è sempre meglio questa uscita morbida che «no deal» o una «no Brexit» (Gove era quello che si faceva le foto con Trump, tramava per defenestrare May e ora pare la più ragionevole delle colombe).

Un capo della diplomazia poco diplomatico
C’è poi un terzo gruppo di ministri che comprende anche la leader della Camera dei Comuni Andrea Leadsom e il ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, gruppo che è per la linea dura: lasciare la Ue senza se e senza ma anche senza accordo. Hunt stamattina, in teoria il capo della diplomazia, ne sta dicendo di tutti i colori e segue il filo della May sulle barricate delle ultime ore: «alla fine l’Ue ci aiuterà perché è nel suo interesse gettare le basi per una nuova crisi politica», «non conviene neanche a loro un no deal», un «non accordo che è ancora sul tavolo», dice Hunt, che si può evitare «se il Parlamento britannico avrà le giuste rassicurazioni dalla Ue e sarà così pronto a votare il trattato».

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