Mondo

Brexit, Theresa May contro Tony Blair su un secondo referendum

  • Abbonati
  • Accedi
governo valuta più opzioni

Brexit, Theresa May contro Tony Blair su un secondo referendum

Al Saturday Night Live Theresa May e David Cameron vengono presi in giro da Kate McKinnon e Matt Damon
Al Saturday Night Live Theresa May e David Cameron vengono presi in giro da Kate McKinnon e Matt Damon

«È un insulto al ruolo che hai ricoperto, ed è profondamente anti-democratico». Sembra che ci sia solo un laburista che faccia infuriare la premier Theresa May, e non sta neanche in Parlamento quindi non voterà il suo accordo sull’uscita del Regno Unito dalla Unione europea. Questo laburista è il suo predecessore, Tony Blair e se si esclude qualche volenterosa e chiara voce come Andrew Adonis e Chuka Umunna che ne parlano già da un anno, è l’unico politico progressista che non si sta arrendendo a un Regno Unito fuori dall’Unione europea. La premier c0nservatrice ieri è stata imitata da Kate McKinnon con Matt Damon nel ruolo di David Cameron in una puntata del Saturday Night Live.

Nella realtà Theresa May - in questi giorni, in queste settimane la satira si sta scatenando contro colei che, trasformata anche in Gollum de “Il Signore degli Anelli”, attira su di sé colpe non solo sue -se la prende con un altro suo predecessore ma l’effetto non è meno comico. L’attuale premier non prende bene una legittima iniziativa di Blair e lo accusa di indebolire il deal britannico con le sue attività di pressione a Bruxelles. Lui le risponde che lungi dall’essere anti-democratico «è proprio l’opposto, è vera democrazia e in verità molti importanti esponenti del suo partito (cioè i conservatori formalmente guidati da May) hanno detto la stessa cosa in passato e lo stanno ripetendo anche adesso».

La comicità risiede nel fatto che Blair cerca una sponda nei conservatori divisi e litigiosi a tal punto che la signora May è stata costretta a rimandare il voto sull’accordo per Brexit fissato l’11 dicembre perché era ormai sicura di non avere maggioranza e di andare incontro ad una bocciatura.

Dall’altra parte May è più impensierita dalle fazioni che si vanno formando nel suo governo - ministri per il no deal, ministri che valutano un secondo referendum, ministri che vogliono migliorare questo accordo e uscire il più presto possibile - che dalla opposizione laburista che dovrebbe metterla in difficoltà.

La tattica del leader del Labour, Jeremy Corbyn è abbastanza chiara, aspettare che la May cada e prenderne il posto, meglio ancora se per fuoco amico con una piccola spinta al momento del voto parlamentare. Quello però che resta ambiguo è il suo pensiero sulla Brexit, è abbastanza chiaro che anche a Corbyn non dispiaccia uscire dalla Ue ma si è messo nella posizione di non doverlo dire mai apertamente. Certo è che non fa la stessa partita di Tony Blair e solo in queste ultime ore i veri Remainers dentro il Labour hanno alzato la testa e gli stanno chiedendo conto del suo silenzio, in un commento sul Guardian, quotidiano progressista, si accusano i leader del vecchio Labour di «stare in silenzio perché in fondo vedono nella Brexit un momento rivoluzionario».

The Times scrive invece che il Labour sta rischiando di finire dietro i social-democratici - così gli ultimi sondaggi - se come sembra alla fine aiuterà i Tory a portare in salvo l’accordo su Brexit. Un’indagine YouGov su 5mila elettori commissionata dal movimento che vuole il secondo referendum, People's Vote campaign, dimostra che il consenso per il Labour passerebbe dal 36% al 22% se aiutassero i conservatori a far passare il compromesso raggiunto dalla premier May con i leader dei 27 Paesi Ue. I Lib Dems salirebbero invece dal 10% al 26%, la migliore percentuale dal 2010, anno in cui sono andati al potere con i Tory nel governo di coalizione guidato da David Cameron.

© Riproduzione riservata