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Trump e la scelta illusoria tra nazionalismo e globalismo

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il ritiro degli usa

Trump e la scelta illusoria tra nazionalismo e globalismo

Il presidente americano Donald Trump (a destra) con il dimissionario segretario alla Difesa Jim Mattis
Il presidente americano Donald Trump (a destra) con il dimissionario segretario alla Difesa Jim Mattis

Avere una visione pessimistica del mondo, come quella di Donald Trump, «è una deriva da un carattere nazionale» americano storicamente ottimistico, sostiene John Alterman, vicepresidente del Centro di studi strategici, il Csis. Dai diplomatici del dipartimento di Stato, al Pentagono, ai think tank di Washington, non c’è istituzione interessata al ruolo americano nel mondo che non sia preoccupata.

Di quello che pensano sarebbe necessario fare una tara, perché rappresentano una grande lobby politica, diplomatica e militare: quella dell’”eccezionalismo americano”. Il loro giudizio sui comportamenti di Donald Trump è in un certo senso la manifestazione di un interesse privato in atto pubblico. Carriere, finanziamenti e potere legislativo del Congresso dipendono in larga parte da quanto gli Stati Uniti svolgano o meno il loro ruolo di superpotenza.

Le loro preoccupazioni erano già iniziate con Barack Obama e il suo primo tentativo di disimpegno dalla palude del Medio Oriente in particolare, e dal ruolo di nazione straordinaria e necessaria al mondo, più in generale: «Credo nell’eccezionalismo americano quanto, sospetto, gli inglesi credono nell’eccezionalismo britannico e i greci nel loro».
Ma c’è qualcosa che non va se Donald Trump ordina con un tweet il ritiro così gravido di conseguenze da un luogo così sensibile come la Siria, sorprendendo perfino il suo segretario alla Difesa; se la sua politica estera ha causato un conflitto perfino con il Canada, il Paese al mondo col quale gli Stati Uniti sono più connessi; e se gli alleati europei della Nato quanto quelli dell’estremo oriente si chiedono fino a che punto si possano ancora fidare dell’America. «La potenza e la credibilità degli Stati Uniti nel mondo si fonda solo sulla capacità di garantire sicurezza agli alleati», afferma Robert Kagan un cantore della disastrosa invasione dell’Iraq del 2003, prima di correggere le sue opinioni.

Ma nelle decisioni di Donald Trump non c’è logica né morale. Il ritiro dalla Siria preoccupa seriamente gli israeliani perché temono che l’Iran sia più libero di rafforzare la sua presenza militare in quel Paese; e spaventa i sauditi perché oltre agli iraniani anche i turchi se ne avvantaggeranno. Ma i due soli alleati scelti da Trump in Medio Oriente sono Israele e Arabia Saudita.
Duemila soldati americani nella Siria orientale non potevano avere un ruolo militare determinante. Ma erano un deterrente formidabile contro le ambizioni degli altri protagonisti regionali e della Russia. Dopo la II Guerra mondiale i successi internazionali degli Stati Uniti sono stati il frutto più della deterrenza che dell’uso effettivo della forza militare come in Vietnam e in Iraq.

Rinunciare al proprio ruolo in Medio Oriente dopo 15 anni di guerre senza uscita, è una buona notizia solo in apparenza. Perché i ritiri unilaterali (Trump ne ha annunciato uno anche dall’Afghanistan) senza un negoziato per la gestione del vuoto che si lascia, sono pericolosi. Dopo un settantennio d’illusione sul trionfo definitivo del sistema internazionale liberale (la «fine della storia», aveva scritto lo storico Francis Fukuyama), il mondo è tornato a essere quello hobbesiano dello scontro fra le nazioni per la conquista del potere. La Cina e la Russia a un livello globale; l’Iran, la Turchia, l’Arabia Saudita, Israele in uno mediorientale, sono pronte a sostituirsi agli Stati Uniti senza dare alcuna garanzia che il mondo sarà migliore.

Per questo l’America, se non “eccezionale” è ancora molto utile per la stabilità globale e regionale. Donald Trump impone una scelta fra nazionalismo e globalismo. È falso perché una politica estera di successo – soprattutto quella di una superpotenza – deve contenere il patriottismo migliore («Capire che quando va a fuoco la casa del vicino devi prendere un secchio», spiega Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza dell’ex vicepresidente Joe Biden); deve respingere il patriottismo peggiore: quello che «ignora le conseguenze di un’aggressione e instilla l’odio identitario»; e respingere anche il globalismo peggiore: «l’isolamento auto-compiaciuto dell’élite di Davos».

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