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Yemen, la guerra dimenticata per vendere armi ai sauditi

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emergenza umanitaria

Yemen, la guerra dimenticata per vendere armi ai sauditi

Quando la cancelliera tedesca Angela Merkel annunciò la sospensione dell’export di armi tedesche al Governo saudita, buona parte della Comunità internazionale parve approvare questa iniziativa. Era fine ottobre, i giorni in cui l’opinione pubblica internazionale e i Governi di mezzo mondo provavano un sentimento di profonda irritazione (e preoccupazione) per il presunto coinvolgimento del giovane principe reggente saudita, Mohammed Bin Salman, nel barbaro assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, fatto a pezzi il 2 ottobre da un commando di agenti nel consolato saudita di Istanbul. Eppure, da allora, solo la piccola Danimarca ha seguito l’esempio della Germania. Con imbarazzanti acrobazie dialettiche e impegni mai seguiti dai fatti, gli altri Paesi occidentali hanno preferito restare a guardare. Poche settimane sono bastate per “dimenticare” ciò che non si voleva ricordare. Ovvero che l’uomo indicato dal capo della Cia, Gina Haspel, come potenziale mandante dell’assassinio di Khashoggi, è anche l’uomo della Guerra in Yemen. Colui che l’ha decisa, che l’ha portata avanti, che acquista miliardi di dollari in forniture di armi dai Paesi occidentali.

La guerra dimenticata

Armi che vengono utilizzate soprattutto in Yemen. Nel paese più povero del mondo arabo è in corso una guerra sporca, un conflitto dimenticato, una catastrofe silenziosa. Dove i caccia sauditi incorrono con frequenza in “danni collaterali”. Sotto le loro bombe hanno giù perso la vita quasi 5mila civili. Il tragico conflitto che sta lacerando lo Yemen da 4 anni, ha già provocato secondo l’Onu oltre 10mila vittime (ma alcune Ong parlano di 60mila morti) gettando il paese in un’emergenza umanitaria - la più grave del 2017 – con quasi 10 milioni di persone severamente malnutrite (85mila bimbi sono morti dal 2017 per cause legate alla fame). E con lo spettro di una carestia che rischia di falciare molte altre vite.

Il coinvolgimento americano

In questa guerra gli Stati Uniti sono coinvolti in un ruolo di primo piano. Perché sono americane la maggior parte delle bombe acquistate dai sauditi che piovono sullo Yemen. Americani gli aerei che le lanciano, come la tecnologia e i software forniti all’Arabia Saudita. Americani i tecnici che riparano gli F15 e i militari che siedono a fianco dei colleghi sauditi nella stanza delle operazioni allestita a Riad. Americani gli aerei che rifornivano in volo i caccia sauditi in missione sui cieli dello Yemen (da alcune settimane non più per decisone di Trump su pressioni dell’opinione pubblica).

D’altronde, pur tra alti e bassi, l’alleanza tra Washington e il suo più stretto alleato mediorientale, non è mai stata veramente messa in discussione. Un’alleanza che risale al 1945, quando il re saudita Ibn Saud e il presidente Roosevelt, pochi giorni dopo Yalta, siglarono uno storico accordo: petrolio in cambio di sicurezza. Una nuova svolta è arrivata a fine maggio del 2017, in occasione di una storica visita del presidente americano a Riad. Trump e Bin Salman forgiarono un’alleanza in chiave anti iraniana, suggellata da contratti di fornitura di armi Usa per 110 miliardi di dollari.

Chi vende armi a Riad

In verità tutti o quasi fanno affari con Riad. Lo fanno gli inglesi, i secondi fornitori mondiali di armi, i francesi, i terzi fornitori (le aziende francesi dal 2009 hanno siglato contratti per 14 miliardi di dollari). Anche i canadesi, conosciuti come campioni di diritti umani (12 miliardi di forniture militari annunciati quest’anno). L’Arabia è il 4° cliente dell’industria bellica italiana. Alcune delle bombe prodotte dallo stabilimento della Rwn Italia in Sardegna sono state usate dall’aviazione saudite in Yemen, ha denunciato un reportage del New York Times.

Ci si domanda come un paese di 30 milioni di abitanti, la cui economia è la 20^ al mondo, possa essere divenuto il secondo importatore di armi al mondo. Riad si è così ritrovata ad avere la terza flotta mondiale di caccia f-15. Ed è il primo paese al mondo per spesa militare in rapporto al Pil, e per valore di armi pro-capite.

L’Arabia nel pantano yemenita

Ma perché Riad è rimasta intrappolata nel pantano yemenita? La storia recente dello Yemen è la storia di una serie di errori e fallimenti. A iniziare da quella primavera araba, scoppiata nel marzo 2011, che ha portato alle dimissioni forzate dell’uomo che governava il paese col pugno di ferro da 33 anni: Ali Abdullah Saleh. Il fallimento del processo di transizione democratica ha gettato le basi per un conflitto che oggi sembra destinato a trascinarsi a lungo. I ribelli Houthi, sciiti alleati dell’Iran che da tempo lamentavano gravi discriminazioni, hanno approfittato della debolezza del nuovo presidente per scatenare un’offensiva fulminante, prendendo il controllo su molte aree del Paese, compresa la capitale Sanaa, nel luglio 2014. Un successo militare inaccettabile per Riad, nemica giurata dell’Iran, che ha dato il via nel marzo 2015 ad una pesante campagna militare aerea.

Nonostante la tregua raggiunta pochi giorni fa per consentire alla città portuale di Hodeidah di ricevere gli aiuti umanitari, Riad non sembra disposta a ritirarsi da un conflitto in cui ha speso miliardi di dollari ottenendo risultati militari deludenti.

Incalzati da un’opinione pubblica insofferente per il coinvolgimento in questa guerra e dalle pressioni del Congresso, la Casa Bianca e il Pentagono hanno cercato di ridurre il loro ruolo in Yemen invitando Riad ad evitare vittime civili. Iniziative come la lista dei 33mila obiettivi da non colpire, passata in giugno ai sauditi, sono state in buona parte ignorate. Eppure se Washington volesse fermare l’assistenza militare a Riad, la campagna militare saudita rischierebbe la paralisi. Ma Trump non vuole compromettere i rapporti con il primo acquirente di armi, e non solo, per un conflitto dimenticato. Ottobre è stato il mese dell’assassinio di Khashoggi. Novembre è stato il mese in cui nello Yemen sono morti più civili.

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