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La Siria riaccende lo scontro Turchia-Usa. Erdogan non riceve Bolton

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MEDIO ORIENTE

La Siria riaccende lo scontro Turchia-Usa. Erdogan non riceve Bolton

NEW YORK - È di nuovo gelo tra Stati Uniti e Turchia. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha rifiutato di incontrare il consigliere di sicurezza nazionale americano John Bolton in visita ad Ankara, dopo aver bocciato seccamente la richiesta dell'amministrazione Trump di non attaccare i curdi nel nord della Siria avanzata proprio da Bolton.

Bolton, arrivato martedì ad Ankara nel mezzo di un viaggio di quattro giorni tra Israele e Turchia, ha indicato che un ritiro Usa dalla Siria, promesso avventatamente da Trump, avverrà in realtà solo a condizione che il terrorismo dell’Isis sia stato del tutto debellato e che i curdi, preziosi alleati degli americani in questa lotta, siano al sicuro da minacce di assalti da parte di Ankara, che invece li considera alla stregua di nemici.

Ma il consigliere di Trump ha potuto vedere soltanto la sua controparte di sicurezza nazionale, Ibrahim Palin, quando Erdogan gli ha sbattuto, nei fatti, la porta in faccia.
«Ha commesso un grave errore», ha detto senza mezzi termini Erdogan di Bolton intervenendo davanti al Parlamento turco. «Le dichiarazioni di Bolton non sono accettabili. Se la pensa così, non raggiungeremo alcun compromesso. Non è possibile per noi digerire il messaggio di Bolton».

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Il sostegno ai curdi in Siria è da tempo oggetto di scontro tra Stati Uniti e Turchia, impegnata a sopprimere una ribelle minoranza curda che considera terrorista all'interno dei suoi confini. Ma le ragioni di frizioni tra i due paesi Nato si recente si sono moltiplicate: dai rapporti stretti di Erdogan con la Russia all'incarcerazione di un religioso americano in Turchia poi liberato in ottobre. Ankara da tempo cerca inoltre l'estradizione del dissidente Fetullah Gulen che oggi risiede negli Usa.

Sul fronte della nuova crisi, la Turchia non ha fatto mistero di considerare i gruppi curdi in Siria (lo Ypg) associati con quelli (il Pkk) che operano dentro i suoi confini e che da sempre considera terroristi e nemici da debellare. E Erdigan a dicembre aveva previsto attacchi turchi contro i curdi nel nord della Siria. Bolton ha tuttavia cercato in questi giorni di correggere il tiro di Trump, che aveva parlato di un ritiro praticamente immediato delle truppe Usa.

«Il calendario di un ritiro sarà il risultato del rispetto delle condizioni e delle circostanze che vogliamo vedere sul campo - ha spiegato Bolton citando i due criteri essenziali - Non è una data arbitraria per un ritiro come aveva stabilito Obama in Afghanistan. Deriva dalle decisioni politiche che dobbiamo mettere in pratica». Trump stesso ha emendato, in modo meno articolato, le precedenti promesse di un veloce ritiro affermando nelle ultime ore che «non ci tireremo indietro finché lo Stato Islamico non sia scomparso». Bolton ha aggiunto che gli Stati Uniti non esiteranno a ordinare rappresaglie se il regime siriano di Assad che ha ormai consolidato il suo potere utilizzerà armi chimiche contro la popolazione civile.

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L'escalation delle tensione avviene oltretutto mentre i vertici della politica estera e militare americana restano nella bufera e in difficolta' dopo le recenti spaccature e dimissioni nell'amministrazione che hanno lasciato Trump particolarmente isolato e privo di dibattito interno sulle opzioni e le loro conseguenze. Un isolamento al quale Bolton stesso, un falco poco amato anche nei ranghi conservatori, ha in realta' contribuito. Se ne è andato nelle ultime ore il capo di staff del Pentagono, l'ammiraglio Kevin Sweeney, sull'onda dell'uscita di scena in polemica con Trump del suo superiore, il Segretario alla Difesa James Mattis. «Dopo due anni al Pentagono ho deciso che è il momento giusto per tornare a essere un privato cittadino».

Sweeney era andato in pensione della marina nel 2014 per tornare in seguito a servire come chief of staff. Mattis aveva rassegnato le sue dimissioni proprio in protesta per le decisioni annunciate da Trump di un ritiro affrettato dalla Siria e di una riduzione alla meta' della presenza in Afghanistan. Nella sua lettera di commiato aveva criticato duramente politiche dell'amministrazione di America First che considerava nefaste per i rapporti con alleati storici dell'America. Pochi giorni dopo le dimissioni, previste per febbraio, Trump in un gesto di stizza aveva anticipato la partenza di Mattis attraverso un licenziamento in tronco e la nomina a interim quale sostituto dell'inesperto vice-ministro Patrick Shanahan. Negli stessi giorni si era dimesso in disaccordo con Trump anche Brett McGurk, inviato speciale della Casa Bianca proprio sulla Siria.

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