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Dai post franchisti a Fidesz, i possibili partner di Salvini in Europa

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INTERNAZIONALE POPULISTA

Dai post franchisti a Fidesz, i possibili partner di Salvini in Europa

Un’alleanza fra nazionalisti europei, con un unico leader in cabina di regia. Se stesso. Matteo Salvini è volato il 9 gennaio a Varsaviaper avviare un dialogo con Diritto e giustizia, partito dell’ultradestra locale, in vista del voto alle europee del 2019. Il modello, ha spiegato, è lo stesso che vorrebbe proporre a forze di ispirazione simile nel resto del Vecchio Continente: un patto «come quello fra Lega e Cinque stelle», retto su un contratto con una decina di punti fermi come la chiusura delle frontiere, le «radici cristiane» dell’Europa e il recupero della sovranità ceduta alle istituzioni europee. L’unico tassello che manca, al momento, sono le adesioni.

A parte il Raggruppamento nazionale di Marine Le Pen, forse il partito più in sintonia con la Lega, Salvini deve intessere da zero le file di una internazionale populista che attinge a realtà diversissime fra loro. Sotto al cappello comune di «nazionalismo» ed «euroscetticismo» si rintracciano, variamente, i neofranchisti spagnoli di Vox e il nazionalismo «proeuropeo» degli ungheresi di Fidesz, la destra filoausterity dei tedeschi di Alternative für Deutschland e sigle ferocemente anti-europee come i neonazisti greci di Alba Dorata. Vediamo chi potrebbero essere, in teoria, i partner di Salvini nella corsa a Bruxelles.

LA MAPPA DEI POPULISTI EUROPEI
L’atlante dei populismi europei realizzato da Bloomberg. Il grafico include anche forze di sinistra come Podemos e Syriza, per ovvie ragioni distanti dalle strategie elettorali di Salvini

Il Rassemblement national- Francia
In questo momento, forse, l’unica certezza per Salvini arriva da Marine Le Pen: la leader francese della destra populista del Rassemblement national, come è stato ribattezzato nel 2018 il vecchio Front National fondato dal padre Jean-Marie. Le Pen ha guidato il partito, oggi rappresentato da 15 deputati all’Europarlamento, verso un restyling ideologico in chiave moderata (almeno rispetto alle origini). Oggi la sua linea combacia con quella della Lega su quasi tutti i fronti: freno alla migrazione e alla «islamizzazione d’Europa», ostilità all’establishment Ue, simpatie aperte per la Russia di Putin.

Nel 2017 Le Pen è arrivata al secondo turno delle elezioni presidenziali francese, perdendo contro l’attuale inquilino dell’Eliseo Emmanuel Macron. Nel 2019, secondo i pronostici della testata Politico.eu, il Rassemblement national dovrebbe aggiudicarsi 22 seggi, in calo dai 24 del 2014. Il partito si presenterà alle urne europee con un candidato 23enne, Jordan Bardella, militante della prima ora di origini italiane.

Vox - Spagna
Fondato nel 2014 da una scissione del Partito popolare, Vox è la prima forza di destra radicale a farsi largo nella politica spagnola dai tempi della dittatura di Francisco Franco. Al momento non conta rappresentanti all’Eurocamera, ma potrebbe aggiudicarsi sei seggi nel voto di maggio 2019. Il suo programma ricalca la linea di quasi tutti partiti “sovranisti” europei: anti-immigrazione, anti-islamismo, nazionalismo, con l’aggiunta di alcuni tratti locali come l’unità spagnola («Siamo l’unico partito che difende senza complessi l’unità della Spagna di fronte ai separatisti», oltre ovviamente alla «sovranità della Spagna in Europa») e ostilità al femminismo. Vox ha incassato 12 seggi alle elezioni regionali dell’Andalusia nel dicembre 2018, accettando di sostenere una coalizione di centrodestra formata da Popolari e i liberali Ciudadanos. L’intesa, però, è durata poco: Ciudadanos è già entrata in rotta di collisione con i neoallaeati dopo che Vox ha chiesto di gestire un «dipartimento della famiglia» secondo le proprie inclinazioni tradizionaliste.

Alternative für Deutschland - Germania
Alternative für Deutschland, fondato nel 2013 dall’economista Bernd Lucke, è il partito che si colloca (molto) a destra della Cdu di Angela Merkel, con un programma scandito da ostilità a immigrazione, islamofobia e un euroscetticismo a correnti alterne. Viene classificato come un partito di estrema destra, ma non ha nessuna intenzione di essere apparentato con gli ambienti neonazisti che inquietano la politica tedesca. La sigla ha varcato per la prima volta le soglie del Bundestag nel 2017 (92 seggi) e sta marciando a buon ritmo anche nelle varie elezioni regionali. Nel 2019, sempre secondo le stime di Politico, potrebbe spingersi fino a un totale di 13 seggi all’Eurocamera. Da qui a scegliere la via dell’intesa con Salvini, comunque, la strada è lunga. L’attuale coleader del partito, Alice Weidel, ha polemizzato con il vicepremier italiano ai tempi delle tensioni con l’Europa sul budget italiano, accusando la Penisola di restare in piedi solo grazie alla «flebo» finanziaria della Unione. Di recente, però, i suoi stessi vertici hannoiniziato a caldeggiare un divorzio da Bruxelles: il partito sta facendo campagna per una «Dexit (Deutschland exit, ndr)» nel caso in cui il partito non riesca a modificare l’assetto delle istituzioni Ue in tempi «ragionevoli». Fra gli obiettivi dell’Afd c’è anche l’abolizione dell’Eurocamera in blocco.

Il blocco dei paesi dell’Est, da Fidesz a Pis
L’orizzonte ideale delle alleanze di Salvini si allarga a est, fra i paesi del cosiddetto blocco di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia). Salvini ha consacrato l’ipotesi di un’asse sovranista nella sua visita di Polonia, dove ha cercato di intavolare un dialogo elettorale con Pis (Prawo i Sprawiedliwość, Diritto e giustizia): un partito di destra populista finito nel mirino della Ue per le sue derive autoritarie, a partire da una “purga” dei magistrati condannata dalla Corte di giustizia europea. Il feeling con i sovranisti polacchi non può che far discutere ora, dopo un caso di cronaca che ha scosso l’Europa:  l’omicidio del sindaco di Danzica, classificato come un delitto politico per le battaglie pro-migranti della vittima.

L’intesa è tutta da definire, ma ha già ricevuto la benedizione di Viktor Orbán: il primo ministro ungherese alla testa di Fidesz, forza nazionalista che ha proiettato Budapest alla leadership ideal del fronte sovranista nella Ue. Orbán, contestato dalla Ue per le sue violazioni dello stato di diritto, ha già manifestato in più occasioni la sua vicinanza a Salvini. Ad allontanarli, per ora, c’è solo una questione “famigliare”: Fidesz siede fra le file del Partito europeo, il blocco di centrodestra che guarda con sospetto alle sbandate estremiste di alcuni suoi membri. Secondo le stime di Politico, Fidesz e Diritto e giustizia dovrebbe viaggiare rispettivamente sui 13 seggi e 24 seggi.

Le sigle minori
Il resto delle intese si spartirebbero fra sigle più o meno secondarie dell’Eurocamera. L’identikit ideologico tracciato da Salvini nel suo incontro polacco si applica, in parte o del tutto, anche a partiti come l’estrema destra greca di Alba Dorata (dichiaratamente neofascisti e nostalgici della dittatura di Ioannis Metaxas), il Partito popolare danese (stampella nazionalista del governo di centrodestra, noto per aver proposto di confinare su un’isola al largo della costa i criminali stranieri), Futuro Blu (espressione del «nazionalismo finnico», scissione dei Veri Finlandesi), l’Alleanza neo-fiamminga (responsabile della caduta del governo belga a causa di dissidi sul Global compact) e altri progetti che orbitano intorno all’etichetta del “sovranismo” che ha carburato la crescita elettorale della Lega. Sembra ormai fuori dal raggio d’azione l’Austria dell’ (ex) amico Sebastian Kurz, il cancelliere austriaco passato da battaglie comuni sull’immigrazione abacchettate sul bilancio italiano e contro Orban. Anche se nulla vieta flirt elettorali con il Freiheitliche Partei Österreichs, il Partito della libertà austriaco, una sigla populista ed euroscettica arrivata al governo proprio in coalizione con Kurz. In fondo Vienna non è più alla presidenza di turno del Consiglio Ue. E, in campagna elettorale, il passato non conta.

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