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Powell rassicura sull'economia. Ma lancia l'allarme…

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IL DISCORSO DEL PRESIDENTE FED

Powell rassicura sull'economia. Ma lancia l'allarme sull'insostenibilità del debito Usa

New York - Jerome Powell predica a prima vista tranquillità per gli Stati Uniti: non prevede recessione nel 2019. «L'economia è solida e ha buona spinta all'inizio di quest'anno», ha dichiarato il chairman della Federal Reserve parlando all'Economic Club di Washington. Una dichiarazione rassicurante non da sottovalutare, accompagnata dalla promessa di tenere comunque sotto stretta «osservazione» la situazione in caso compaiano incrinature nell'espansione. Rassicurante tanto più che alcuni influenti economisti hanno invece cominciato a esprimere preoccupazione: l'ex Segretario al Tesoro Larry Summers, autore delle profezie di stagnazione secolare, vede il 50% di chance di una crisi quantomeno l'anno successivo, il 2020. Ma Powell, tra le righe, ha fatto anche altro. Ha inviato frecciate assai meno confortanti su un nodo irrisolto e che minaccia, eventualmente, di strangolare gli Stati Uniti. Ha lanciato con forza un allarme che guarda al di là degli orizzonti piu' immediati. Un allarme sul debito americano e la sua futura sostenibilità.

Le sfide per l’economia Usa, dalla Cina al debito
Certo, Powell è cosciente delle sfide odierne poste dalla debolezza in Cina e in Europa - le ombre immediate più dense gli appaiono quelle allungate dalla «crescita globale». E non mancano le possibili ripercussioni d'un continuo seppur parziale shutdown del governo federale americano, arrivato giovedì al ventesimo giorno. «Se si prolunga, l'impatto sarà molto chiaro nei dati», ha detto. JP Morgan ha stimato gia' ora il costo in 1,5 miliardi la settimana e nonostante l'economia Usa valga 20.000 miliardi quel piccolo neo potrebbe aumentare e farsi sentire.È però il bubbone del debito che tormenta Powell quando allunga lo sguardo. «Sono molto preoccupato», ha detto testualmente. «È una questione di lungo periodo che dobbiamo senza dubbio affrontare; che in ultima analisi non avremo altra scelta se non affrontare», ha aggiunto. Quanto è grosso questo bubbone? Ad oggi 22mila miliardi di dollari, dei quali 16mila sono in mano al pubblico. E dovrebbe aumentare ancora di gran carriera: i deficit annuali del Paese sono avviati a superare i mille miliardi, un traguardo mai prima superato ripetutamente in fasi di espansione economica. Di solito in queste fasi si accumulano riserve per poi avere cartucce da spendere in tempi piu' magri. Non nell'era Trump.

L’impotenza della Federal reservee il peso della politica
Powell si è detto preoccupato anche perché la Fed, oggi timoniere affidabile quanto isolato dell'economia americana, può far ben poco quando si tratta del debito. Può aiutare una sua scelta di contenere, cosa che probabilmente farà al cospetto di rallentamenti dell'economia, i rialzi dei tassi d'interesse, mossa che automaticamente frena il costo del «servizio» di una simile montagna. A parte ciò, però, Powell ha spiegato che «dal punto di vista della Fed, noi guardiamo al ciclo di business. L'insostenibilità fiscale e del governo americano nel lungo periodo non e' qualcosa che realmente ha impatto nel medio termine e che è rilevante per le nostre decisioni». Il nodo, insomma, è tutto politico. E la politica americana non promette bene. Anzi. Lo shutdown orchestrato da Donald Trump rivela la polarizzazione partitica che può paralizzarla, letteralmente (chiude ministeri) e nelle grandi decisioni. L'agenzia di valutazione del credito Fitch ha anche indicato nelle ultime ore che dallo shutdown potrebbe anche manifestarsi il rischio di un impatto sul budget e sul tetto del debito, tale da farle riconsiderare il voto massimo di Tripla A degli Stati Uniti.

La questione è complessa: in realtà il tetto del debito americano non ha nulla a che fare direttamente con il budget e con lo shutdown. Il Congresso ha giurisdizione e potere di alzare il tetto dell'indebitamento statunitense e di solito lo fa periodicamente: l'anno scorso ha sospeso del tutto questo tetto. Una sospensione che scade tuttavia il primo marzo, imponendo teoricamente al Parlamento di rinnovarla o di alzare il tetto entro allora. Altrimenti il Tesoro potrebbe trovarsi nell'impossibilita di rastrellare nuove risorse e, pur senza correre rischi di default, dovrebbe far uso quantomeno di misure straordinarie. È qui dunque che debito, deficit e shutdown potrebbero intersecarsi e minacciare potenzialmente di creare shock.

La prudenza delle agenzie di rating
Per mettere le incognite in prospettiva e evitare eccessivi allarmi: al di là di Fitch, le altre grandi agenzie di rating sono rimaste più prudenti. Moody's vede tuttora impatti limitati dallo shutdown parziale (un quarto del governo), anche se avverte che una sua prosecuzione potrebbe creare difficolta' creditizie ad aziende e enti. Moody's ha anch'essa un voto massimo sul debito Usa. Standard & Poor's non ha lanciato allarmi. Nel suo caso ha però gia' un voto ridimensionato sul debito Usa, di AA+, un gradino sotto il massimo, con outlook stabile. Lo aveva abbassato proprio durante un passato e gravissimo scontro a Washington su budget e tetto del debito negli Stati Uniti, avvenuto nel 2011: fu un vero e proprio shock, un passo più inedito che raro, il primo taglio in 70 anni di storia per il debito sovrano americano. Ma vale la pena ricordare che S&P aveva denunciato in quell'occasione come alle spalle della decisione ci fosse anzitutto il declino di «prevedibilità, stabilità e efficacia della politica e delle istituzioni americane». Sotto la presidenza Trump questo rischio potrebbe tornare più che mai attuale.

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