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lo scontro diplomatico tra usa e ankara

Trump: devasteremo l’economia della Turchia se attaccherà i curdi

Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan (Reuters)
Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan (Reuters)

«Devasteremo economicamente la Turchia se attaccherà i curdi». Parola di Donald Trump. Il messaggio indirizzato dal presidente americano ad Ankara, come al solito diffuso via Tweet, usa torni particolarmente forti capaci di esacerbare uno scontro diplomatico e commerciale in cui tutti hanno da perdere. Il destinatario, infatti, non è la Corea del Nord o l’Iran, ma un importante alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, e comunque il secondo esercito all’interno della Nato. Non è poi è un dettaglio che il leader della Turchia è il presidente Recep Tayyip Erdogan, che per la sua retorica aggressiva, la sua suscettibilità ed i modi decisi, potrebbe esser definito un “Trump mediorientale”.

Una lunga crisi diplomatica tra due partner necessari
Il nodo del contendere è la delicatissima situazione in Siria alla vigilia del ritiro delle truppe americane dalle aree nord orientali (già in corso secondo Trump), dove operavano insieme alla forze curdo siriane (Ypg) nella campagna militare contro l’Isis. Dopo aver precisato che la battaglia contro l’Isis era stata vinta (dichiarazione su cui il Pentagono non era però d’accordo) , in dicembre Trump aveva annunciato il ritiro dei pochi militari americani stanziati a Manbij (circa 2mila unità). Con l’ultimo tweet il presidente americano ha reso noto che il ritiro delle truppe americane è già iniziato e che gli Stati Uniti sono pronti ad attaccare l’Isis dalle altre basi mediorientali se i jihadisti del Califfato dovessero scatenare altri attacchi. Nel suo tweet Trump ha poi ribadito la nuova proposta per tranquillizzare la Turchia : «Creeremo una zona di sicurezza (tra Siria nordorientale e Turchia, ndr)».

La reazione da parte del Governo turco non si è fatta attendere. «Mr Trump, i terroristi non possono essere i vostri partner e alleati», ha precisato Ibrahim Kellin, il portavoce del presidente Erdogan riferendosi alle Ypg. «Le minacce non ci fanno paura. Non si ottiene nulla con le minacce economiche», ha poi replicato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu.

Per Erdogan le milizie curdo-siriane (le Ypg) non sono altro che terroristi, ovvero la longa manus in Siria del Pkk, movimento separatista curdo presente in Turchia, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche di diversi Paesi, tra cui Israele, Ue ed Europa. Ma per gli Stati Uniti sono finora stati gli alleati più efficienti e fedeli nella guerra contro l’Isis.

Per ora si tratta di botta e risposta limitati a parole (e a tweet) . Ma Erdogan sa bene che provocare il presidente Trump potrebbe avere un impatto negativo sulla già fragile economia turca, ancora nel pieno di una crisi finanziaria. Proprio la crisi diplomatica scoppiata lo scorso anno tra i due Paesi (tra i motivi vi era la richiesta di liberazione di un noto pastore americano detenuto in Turchia ma anche la decisione turca di acquistare dalla Russia i missili difensivi S-400) , o sarebbe meglio dire tra i due presidenti, spinse Trump a imporre sanzioni contro due ministri del Governo Erdogan e successivamente ad innalzare le tariffe sulle esportazioni turche di metalli. Nell'arco di pochi giorni, in agosto, la lira turca, che aveva già vissuto pesanti svalutazioni, era caduta ad un nuovo minimo nei confronti del dollaro.

L'ultimo episodio della crisi diplomatica i tra Washington ed Ankara era scoppiato già alcuni giorni prima di Natale. Era il 20 dicembre quando Erdogan si era rifiutato di incontrare ad Ankara il consigliere degli Stati Uniti per Sicurezza nazionale, John Bolton, accorso in Turchia per convincere il Governo turco ad aderire alla richiesta americana; vale a dire non attaccare le milizie curdo-siriane (le Ypg) una volta che le forze usa si fossero ritirate dalla Siria settentrionale. Dopo aver scatenato due offensive militari in Siria orientale conto i curdo siriani (l’ultima nel cantone di Afrin, lo scorso gennaio), Erdogan ha più volte annunciato di voler avviare un’altra offensiva contro le Ypg, probabilmente a oriente del fiume Eufrate (dove si trovano gli americani),

I curdi, tra l’incudine (turca) e il martello (siriano)
Washington, gli alleati europei, ma perfino i turchi e il regime siriano (per quanto questi ultimi lo neghino ufficialmente), sanno bene che sono state proprio le Ypg ad aver dato il maggior contribuito nella guerra contro l’Isis. Inquadrate nella coalizione multietnica Syrian Democratic Forces (di cui erano la spina dorsale) le Ypg si hanno pagato il prezzo più alto in militari caduti ma hanno conseguito i maggiori successi militari contro le forze del Califfato. Insomma erano gli indispensabili scarponi sul terreno delle forze occidentali impegnate contro l’Isis. Ed erano peraltro gli alleati più affidabili e coerenti in un conflitto dove le alleanze tra le centinaia di milizie (straniere e non ) sono “cangianti”, fino a poter cambiare nel volgere di settimane.

Senza la presenza dei militari americani, le milizie curde si trovano tra l’incudine (la Turchia a nord) e il martello (l’esercito siriano a sud ed a occidente). Entrambi determinati, seppure per ragioni differenti, a ridimensionare la presenza curda e ad impedire che vengano gettate le basi per la creazione di un’enclave curda quasi indipendente nel nord della Siria (i curdi siriani tuttavia non hanno mai parlato di secessione). Ankara teme che uno scenario di questo genere possa spingere i separatisti del Pkk a cercare di creare un Kurdistan allargato anche nelle zone turche. Ecco perchè il presidente turco sarebbe intenzionato a “ripulire “la Siria occidentale dalle Ypg anche ad oriente del fiume Eufrate.

Trump ora sembra essersi accorto che abbandonare i curdi a se stessi, significa costringerli a scegliere il minore dei mali. Ovvero abbracciare il regime di Damasco. Il quale è tutt’altro intenzionato che soddisfare le rivendicazioni di autonomia, finanche di federalismo, chieste dai curdi. Essere inglobati da Damasco significa abbandonare la Siria alla Russia, suo maggiore sponsor, ed all’Iran, grande alleato di Damasco, ormai sempre più presente in Siria con i suoi militari (scenario che allarma anche Israele).

La crisi economica turca
Nonostante i proclami del governo, la crisi finanziaria che ha colpito la Turchia non lascia intravvedere, per ora, significativi e concreti segnali di miglioramento. Anzi. A metà dicembre la produzione industriale (spina dorsale dell’economia turca) è precipitata ai minimi da nove anni. Per la precisione in ottobre è caduta del 5,7% rispetto all'ottobre del 2017 (in settembre era a sua volta caduta), ha segnalato l’ufficio statistico turco. Da inizio anno il numero dei disoccupati è balzato da tre milioni a3,8 milioni. Nonostante il corposo rialzo dei tassi di interesse deciso dalla Banca centrale, portati in settembre al 24%, l’inflazione è ancora intorno al 20 per cento. I mercati internazionali sono estremamente preoccupati. Una recessione, intesa tecnicamente come due trimestri consecutivi di crescita negativa, è dietro l’angolo.

Il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo sta spingendo per la creazione di una zona di sicurezza da confine con la Turchia profonda 32 km . È una soluzione che, se accompagnata da credibili garanzie, non sembra dispiacere ai turchi.
Il presidente Erdogan si trova ora davanti ad un dilemma. Potrebbe frenare i suoi disegni contro le Ypg e concentrarsi sull’economia.
Ma potrebbe anche approfittare dell’assenza dei militari americani ed infliggere il colpo finale alle milizie curdo-siriane, mettendo però a rischio un’economia già sull’orlo della recessione. Non è scontato che gli elettori turchi questa volta lo accetteranno in nome della sicurezza.

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