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Brexit, un altro voto per uscire dal labirinto

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L'Analisi|possibile nuovo ricorso alle urne

Brexit, un altro voto per uscire dal labirinto

(Reuters)
(Reuters)

La sterlina ha un sussulto nella convinzione che una Brexit scomposta e senza rete sia più lontana di 48 ore fa mentre le imprese accelerano i piani per fare i conti con lo scenario contrario, ovvero le conseguenze di uno strappo fra Londra e Bruxelles senza ammortizzatori negoziati. Un’istantanea che ferma il paradosso britannico di queste ore, giorni, settimane, mesi, anni di caotica incertezza. Una delle tante perché ieri il Parlamento ha messo in scena un dibattito a tratti surreale. Sembrava non fosse accaduto nulla, poche ore prima, quando la signora premier aveva subito una storica sconfitta per volontà del suo stesso partito. I conservatori, ammutinati e non, d’improvviso sono riapparsi compatti nel rigettare la sfiducia al governo di Theresa May ricercata dal laburista Jeremy Corbyn.

Le tribù della politica sono tornate per qualche ora ai fondamentali del confronto ideologico, ma la Brexit non appartiene al mondo destra\sinistra, ma impregna la destra e bagna la sinistra, svelando tutt’al più una divaricazione generazionale. I giovani sono più eurofili, i vecchi più eurofobi al netto di ogni visione politica generale. Una realtà che complica il lavoro che attende ora i deputati. Toccherà a loro cercare di definire un’iniziativa che spetterà poi all’esecutivo trasformare in nuova proposta per regolare i conti con l’Unione.

Una realtà che conferma la follia di un referendum che non si sarebbe mai dovuto svolgere. Lo abbiamo scritto, ma ci tocca ripeterlo dopo la strabiliante “uscita” dell’ex premier David Cameron. Con Theresa May ancora intontita dallo schiaffone del suo partito e prima che si riavesse un poco grazie alla ribadita fiducia di Westminster, Cameron, ha rivendicato la sua scelta politica, ovvero indire una consultazione popolare. Poteva evitare di ricordare la presunta correttezza di un azzardo che è portatore dello sconquasso di oggi e di quello che potrebbe materializzarsi il 30 marzo.

Potrebbe perché a questo punto crediamo più ai grafici del pound rispetto alla cautela – inevitabile – delle imprese. La hard Brexit Westminster non la vuole e il Parlamento ora muove con una forza mai avuta prima nella partita post-referendum. Un rinvio della data di uscita di Londra dall’Ue è, dunque, prevedibile nonostante le immense complicazioni che creerà per le elezioni del parlamento europeo a cui il Regno arriverebbe con i due partiti – Tory e Labour – sfiancati agli occhi degli elettori per manifesta incapacità. Un’altra festa per le cosiddette forze dell’antipolitica.

Rinvio difficile dunque, ma crediamo che si materializzerà per evitare lo strappo senza rete che il calendario rende incombente. E se rinvio sarà gli scenari più probabili sul tappeto vanno nella direzione opposta a quella voluta dai brexiter e adottati da Theresa May. Ci riferiamo all’ipotesi norvegese con Londra che entra nello spazio economico europeo ma anche nell’unione doganale e quello, prorompente, di un nuovo referendum. Theresa May evita ancora di ammetterlo ma in questi mesi ci ha abituato a improvvide fughe in avanti seguite da repentine e mai ammesse marce indietro. Tutte le red line che aveva annunciato con toni pugnaci sono state travolte per raggiungere l’accordo minimalista con l’Ue giubilato dalla Camera dei Comuni. Precedenti che lasciano ipotizzare la madre di tutti i ripensamenti a firma May con il via libera o al modello norvegese - ovvero l’ammissione di una debacle totale rispetto alle attese dei brexiter e un autogol senza uguali per Londra- o il via a una nuova consultazione sull’Unione, una mossa inevitabile per rimediare al caos creato dal referendum.

La signora premier con un sussulto da statista dinnanzi allo sfascio che è andato concretizzandosi avrebbe dovuto annunciarlo settimane fa. Ora è un’emergenza che le circostanze stanno imponendo perché quanto il governo non ha saputo risolvere probabilmente non sarà risolto neppure dal Parlamento. Che la parola torni agli elettori, nella consapevolezza che il verdetto del giugno 2016 fu il prodotto di uno straordinario assemblaggio di menzogne.

E questo dovrebbe bastare per autorizzare un nuovo voto, come accaduto in mezza Europa. Londra sbertucciava le capitali chiamate a ripetere, a stretto giro, referendum andati nella direzione opposta ai desiderata dell’establishment, ma rischia di doverle mimare, ultimo passaggio della definitiva europeizzazione del partner riluttante.

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