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Brexit, da oggi i cittadini Ue potranno fare richiesta di residenza in Uk

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coinvolti oltre 700mila italiani

Brexit, da oggi i cittadini Ue potranno fare richiesta di residenza in Uk

A partire da oggi i 3,7 milioni di cittadini europei residenti da tempo in Gran Bretagna – tra i quali oltre 700mila italiani – possono iniziare le procedure per ottenere il “settled status” o diritto di residenza permanente.

Chi vuole continuare a vivere in Gran Bretagna dopo il 31 dicembre 2020, quando finisce il periodo di transizione post-Brexit, deve ottenere il “settled status” entro quella data se non vogliono essere illegali. Le procedure di registrazione iniziano a pieno ritmo dopo il 29 marzo, data prevista di uscita dalla Ue, ma è possibile avviare la pratica già da oggi.

Per ottenere il diritto di residenza permanente bisogna avere vissuto in modo continuativo in Gran Bretagna per almeno 5 anni e avere un passaporto valido. Chi è residente nel Paese da meno di 5 anni può richiedere il “pre-settled status”. Il costo del permesso è di 65 sterline per gli adulti e 32,50 sterline per i bambini (ma la premier May si è impegnata a eliminare il pagamento della tariffa prevista). Theresa May ha incoraggiato i cittadini europei a continuare a vivere in Gran Bretagna anche dopo Brexit. «Vogliamo che restiate», ha assicurato la premier. Il Governo ha promesso che la procedura di registrazione sarà semplice «come fare acquisti online» e che può essere completata in una ventina di minuti.

Un’esperienza personale
Essendo residente in Gran Bretagna da 15 anni, regolarmente iscritta all'Aire (l'Associazione degli italiani residenti all'estero) e dotata di passaporto biometrico, oggi ho voluto tentare la registrazione per verificare quanto sia facile. Il sito del Governo spiega che basta scaricare una app – dall'accattivante nome “EU Exit ID Document Check” – e poi scannerizzare il passaporto, inviare una foto e inserire alcune informazioni. Il primo problema però è che la app non è disponibile sugli i-Phone, ma solo sui cellulari Android.

Il 50% degli smartphone utilizzati in Gran Bretagna è un i-Phone, e solo il 38% è un Android. Nonostante questo il ministero ha escluso a priori tutti i proprietari di i-Phone dall'opportunità di registrarsi tramite la app. La ragione è che per riconoscere la chip sul passaporto biometrico serve la “near field technology” (Nfc) che Apple non consente.

Si dice che il Governo sperava che Apple andasse loro incontro, ma così non è stato. Quindi il consiglio del ministero ai milioni di cittadini europei dotati di i-Phone è di “farsi prestare” un telefonino Android da qualche amico o parente.
Secondo quanto mi è stato detto, non tutti i fortunati possessori di cellulari Android sono comunque riusciti a registrarsi, sia perché non tutti i telefonini hanno la tecnologia Nfc, sia perché spesso il sistema si blocca e non riconosce la foto o non scannerizza il passaporto.

Chi non può usare lo smartphone può inviare la documentazione per posta, vecchio stile. Per velocizzare le cose (e non restare senza passaporto) c'è anche l'opzione di prendere un appuntamento in un ufficio del Governo e fare la procedura lì.

Il sito ha una lista degli uffici predisposti. Ho individuato quello a me più vicino – Southwark Register Office – e mi viene chiesto di completare un modulo per poter prendere l'appuntamento. Niente da fare: ogni volta che clicco su “complete form” mi arriva il messaggio “errore, file not found”. Quindi resto “unsettled”: la mia registrazione dovrà attendere.

Il problema di fondo
Al di là dei problemi tecnici che – si spera - potranno essere risolti nelle prossime settimane con un poco di buona volontà, c'è un problema ben più sostanziale. Il ministero dell’Interno, come altri dicasteri britannici, negli ultimi dieci anni di austerità ha subìto forti tagli e, secondo molti esperti, non ha le risorse per gestire il volume di domande previsto entro due anni (dovrebbero smaltire migliaia di richieste al giorno).

Lo scandalo Windrush lo scorso anno ha rivelato l’entità del problema. Migliaia di cittadini dei Caraibi, invitati a trasferirsi in Gran Bretagna negli anni '50 e che da allora hanno vissuto e lavorato qui, si sono visti chiedere “prove” del loro diritto a restare. Molti hanno perso il lavoro e la casa e alcuni sono stati deportati nel loro Paese d’origine dopo sessant'anni di assenza.

Alcuni esperti di immigrazione avvertono che il ministero si troverà oberato di domande e senza il personale necessario per smaltire gli arretrati e temono quindi che nel gennaio 2021 migliaia di cittadini europei si possano trovare loro malgrado senza i documenti necessari e senza il diritto di restare in Gran Bretagna, quindi in casi estremi a rischio di deportazione.

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