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Trump pronto a firmare decreto per evitare un nuovo shutdown

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Stati Uniti

Trump pronto a firmare decreto per evitare un nuovo shutdown

NEW YORK - «Non voglio vedere un nuovo shutdown. Lo shutdown è una cosa terribile. Una cosa che la maggior parte della gente non capisce», dice Donald Trump. È una corsa contro il tempo. Alla mezzanotte di venerdì scade la proroga dello shutdown del governo americano. Senza un accordo sull'immigrazione e sul muro, nove dipartimenti e una dozzina di Agenzie federali chiuderanno di nuovo i battenti. I parlamentari democratici e repubblicani al Congresso lunedì notte hanno trovato un compromesso sul pacchetto immigrazione che prevede 1,3 miliardi di dollari di finanziamento per il muro al confine con il Messico, molto meno dei 5,7 miliardi che da mesi il presidente chiede per costruire la sua barriera in acciaio. Non si tratta di un muro ma di una rete metallica per un tratto molto più breve di quanto richiesto dalla Casa Bianca. Nella serata di mercoledì il provvedimento è stato formalizzato al Congresso. E giovedì verrà votato. Poi dovrà essere firmato dal presidente, prima della scadenza di venerdì.

L'intesa tra i due partiti non soddisfa Trump. Tuttavia apre alla possibilità di costruire un tratto di recinzione anche da parte democratica: finora i dem avevano categoricamente escluso di voler sostenere il piano presidenziale (il primo presidente a costruire tratti di muro al confine con il Messico è stato il democratico Bill Clinton negli anni Novanta). Trump sembra orientato dunque a firmare il decreto, anche se di malavoglia: «Non posso dire di essere contento», ha detto ai cronisti, e ha fatto sapere che intende realizzare quanto promesso ai suoi elettori. «I fondi per il muro li troveremo da qualche altra parte», continua a ripetere per non apparire sconfitto. In attesa di avere tra le mani il testo definitivo del provvedimento.

La firma del decreto dovrebbe arrivare nelle prossime ore per evitare una nuova paralisi amministrativa. Così il tormentone natalizio che ha portato al più lungo shutdown della storia americana, durato 35 giorni e che ha lasciato 800mila statali senza stipendio, potrebbe così risolversi nelle prossime ore con questo compromesso. Un compromesso peggiore di quello che aveva strappato il suo vice Mike Pence per uscire dal precedente shutdown.

La proposta bipartisan non finanzia la prima tranche di muro da 376 chilometri come chiedeva il presidente, ma una recinzione metallica, delle reti, per un tratto di 88 chilometri. Quanto all'ipotesi di dichiarare una emergenza nazionale per reperire i fondi per il muro col Messico bypassando il Congresso, il tycoon ha detto che «tutte le opzioni sono sul tavolo» e ha rimandato le sue valutazioni ad un incontro che avrà nelle prossime ore.

Negative le reazioni dei commentatori conservatori, tra cui il conduttore della Fox Sean Hannity -che ha definito «spazzatura» la proposta bipartisan - i cui consigli sono ascoltatissimi dal presidente.

Se i repubblicani hanno ceduto sui fondi per il muro, i dem sono arretrati sulla loro richiesta di ridimensionare il numero di posti letto per la detenzione dei migranti, che passeranno dagli attuali 49mila a 40mila, anche se i numeri sono ancora da precisare. I due partiti hanno raggiunto un compromesso convinti che un nuovo shutdown sarebbe dannoso per entrambi: il Grand old party teme che la colpa sarebbe addossata nuovamente ai repubblicani, i dem invece sono preoccupati per i dipendenti federali, zoccolo duro del loro elettorato, e hanno dribblato la “questione morale” del muro sostituendolo con una barriera metallica. Così entrambi possono cantare vittoria.

Ma questo non vale per Trump, che sino all'affollato comizio dell'altra sera al confine in Texas, a El Paso, ha insistito sulla necessità del muro, e sta tentando di convincere i suoi sostenitori delusi sul fatto che il muro sia già in costruzione, sostituendo lo slogan “Build the wall” con “Finish the wall”. Che è la sua prossima sfida. Per un'emergenza che ha il sapore di promessa elettorale e che diversi stati di confine non condividono.

Dopo il New Mexico, anche la California si prepara a ritirare dalla frontiera gli agenti dello stato. Il giovane governatore democratico Gavin Newsom ha criticato Trump - «Non voglio far parte di questo teatrino politico» – e ha detto che vuole ridistribuire il 90% delle guardie statali in servizio al confine con il Messico in attività di reale emergenza per la California come la prevenzione degli incendi e la lotta al narcotraffico.

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