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Dossier | N. 18 articoli Elezioni Europee 2019

Verhofstadt, chi è il politico belga che ha fatto infuriare Conte e mezza Italia

Forse a sua insaputa, Giuseppe Conte ha qualcosa in comune al fondatore di Facebook Mark Zuckerberg e al primo ministro greco Alexis Tsipras. Tutti e tre, per motivi diversi, sono finiti sotto al torchio di Guy Verhofstadt: il politico belga che capeggia l’Alde, l’Alleanza dei democratici e dei liberali per l'Europa. Il leader che ha liquidato il premier italiano come «burattino» non è nuovo agli affondi dialettici contro i suoi avversari. In inglese, francese e olandese, le tre lingue che padroneggia fluentemente, anche se all’occorrenza sa sfoggiare un po’ di tedesco e italiano. Come ha avuto modo di scoprire ieri il presidente del consiglio, a sue spese, di fronte a un europarlamento semideserto e ancora più freddo di quello che aveva ascoltato le auto-difese di leader autoritari come Viktor Orban o il primo ministro polacco Mateusz Morawieck. Verhofstadt «ama l’Italia» e ha imparato a conoscere bene la sua politica, anche sulla propria pelle. Nel 2017 il suo tentativo di alleanza con i Cinque stelle venne stroncato dagli eurodeputati, ostili all’apertura della stessa forza «populista» ieri attaccata da Verhofstadt.

Dall’università a Bruxelles, l’ascesa dell’ex «Baby Thatcher»
Nato nel 1953 a Dendermonde, cittadina belga nella provincia delle Fiandre orientali, Verhofstadt si avvicina alla politica dagli anni degli studi universitari (in legge) a Gand. Nei primi anni ’70 inizia a militare nei Liberaal Vlaams StudentenVerbond, l’associazione degli studenti liberali fiamminghi, una sigla liberista e libertaria che fa da trampolino alla sua carriera. Nel giro di qualche anno diventa segretario di Willy De Clercq, il futuro commissario europeo al commercio, all’epoca alla guida del Partito della Libertà e del Progresso. Nel 1982, a 29 anni, il leader diventa lui. Negli anni ’80 ricopre le cariche di vicepremier e ministro del Budget, prima di passare all’opposizione e dare vita a quello che sarebbe rimasto il suo partito attuale: i Liberali e Democratici Fiamminghi Aperti, una forza nata su impulsi iper-liberisti e slittata, negli anni, su una linea più centrista e con qualche sfumatura sociale. È lo stesso Verhofstadt, ribattezzato «Baby Thatcher» per la sintesi tra età e fede mercatista, a moderarsi negli anni, complici le influenze del fratello Dirke (un filosofo ispirato al liberalesimo sociale). La svolta fa bene ai consensi. Nel 1999 il partito vola oltre il 20% dei voti e Verhofstadt viene nominato primo ministro belga, il primo liberale dalla fine degli anni ’30. La sua premiership dura per tre governi fino al marzo 2008, quando gli succede il cristiano-democratico Yves Leterme. Nel 2009 arriva dove siede ora, l’Europarlamento, acquisendo la leadership della sua famiglia politica di riferimento: gli Alde, il gruppo dei liberali che oggi conta 68 esponenti nell’Eurocamera.

L’attività a Bruxelles (e lo scivolone dei Cinque stelle)
Negli anni a Bruxelles e Strasburgo, Verhofstadt ha accentuato la vocazione europeista e liberal del gruppo: pressing sull’Europa per una maggiore cooperazione sui migranti, scetticismo sui rapporti con la Russia e gli «autoritarismi» in generale, ovvia ostilità alla Brexit e alle derive populiste rischiate da alcuni partiti («Cosa deve fare ancora Orban per essere espulso dai popolari», si è chiesto sul Sole 24 Ore). Chi non lo ama lo accusa di protagonismo, tirando in ballo le sue «performance» a favore delle telecamere dell’Europarlamento:  Tsipras nel 2015 («Scegli di non essere un falso profeta»), il terzo grado a Mark Zuckerberg durante la sua audizione a Bruxelles o, appunto, l’ultimo schiaffo a Conte nella plenaria del 12 febbraio. Raggiunto dal Sole 24 Ore, Verhofstadt rincara la dose e fa un endorsement alla «sua amica» Emma Bonino: «Dobbiamo combattere il nazionalismo tossico di Salvini ed è esattamente quello che faremo - dice - L’opposizione è troppo debole. Saranno nuovi partiti, come quello di Bonino, a fare da alternativa ai nazionalisti».

Non sono mancati gli scivoloni. Nel 2017 Verhofstadt ha tentato di mandare in porto un’intesa con gli stessi Cinque stelle, poi boicottata dai suoi stessi europarlamentari per incompatibilità programmatica fra le linee guida dell’Alde e le posizioni grilline. Forse, in caso di successo, i toni di ieri sarebbero stati diversi. O forse era diverso anche quel Movimento cinque stelle, almeno a parole: «Ridicolo - ha scritto Verhofstadt su Twitter, altra sua grande passione - Poco più di un anno fa Luigi Di Maio sosteneva che il Movimento cinque stelle fosse la versione italiana di En Marche. Ora si incontra e sostiene i Gilet gialli».

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