Mondo

È l’Algeria il nuovo modello per la crescita cinese in Africa

  • Abbonati
  • Accedi
Servizio |REPORTAGE

È l’Algeria il nuovo modello per la crescita cinese in Africa

Impossibile non notarlo. È un parallelepipedo in vetro e cemento alto 270 metri, costruito sulla piana di Algeri proprio a fianco della tangenziale che collega l’aeroporto alla capitale. Nessun minareto può vantare una simile altezza. Alla sua base si staglia la cupola che sovrasta un grande complesso. Si tratta della nuova moschea di Algeri. La terza al mondo per dimensioni, dopo quelle di Mecca e Medina. Senza dubbio è la più grande di tutta l’Africa. Al suo interno vi sono facoltà universitarie, due biblioteche, una scuola. Solo lo spazio destinato alla preghiera è capace di ospitare 35mila fedeli.

Mancano ormai pochi ritocchi. All’esterno operai cinesi, con divisa e casco giallo, lavorano alacremente fianco a fianco dei colleghi algerini. I quali non sembrano amare né i caschi, né le divise. Per realizzare quest’opera, simbolo dell’Islam, il Governo algerino ha snobbato le imprese del Golfo e quelle del vicino Egitto. Ancora una volta ha preferito affidarsi a quelle di un Paese molto più lontano, e per sua natura laico: la Cina. Il costo? Circa un miliardo di dollari.

Lo storico legame Cina-Algeria
Se tutto andrà come previsto, l’inaugurazione si terrà il 24 febbraio, nel pieno della campagna elettorale che dovrebbe consacrare al potere, per il 5° mandato consecutivo, l’82enne Abdelaziz Bouteflika, il “presidente quasi a vita”. In quella data sarà inaugurato anche il nuovo aeroporto (una capacità di 10 milioni di passeggeri) e la stazione che collegherà la metropolitana dallo scalo alla capitale. Entrambe le opere costruite da imprese cinesi.
Il legame tra Cina ed Algeria risale a molti anni indietro. Pechino fu il primo Paese del mondo a riconoscere il Governo dell’Algeria. Lo fece ancor prima che finisse la guerra di liberazione contro la Francia. Oggi la Cina sembra aver eletto questo Paese del Nord africa, il più esteso di tutto il continente, come l’esperimento di un nuovo modello di penetrazione nel mercato africano.
Oltre alla presenza nel settore energetico, dal 2000 al 2014 le imprese cinesi hanno costruito 13mila km di nuove strade e 3mila di ferrovie. Ma anche ponti, dighe, perfino lo stadi. Fino alla realizzazione di moderne raffinerie. Qui in Algeria i cinesi sono dappertutto. Nelle settore delle infrastrutture hanno sbaragliato non solo la concorrenza europea, ma anche quella araba e perfino quella turca, accaparrandosi l'edilizia popolare.

La prima comunità straniera dell’Algeria
In quella che è forse la più importante ex colonia francese, i cinesi rappresentano la prima comunità.In pochi anni sono divenuti 42mila. Più del doppio dei france si. Oltre 20 volte gli italiani. Se l’Italia primeggia nell’interscambio commerciale con l’Algeria, e la Francia mantiene la leadership in quello degli investimenti diretti, la Cina non ha rivali nelle esportazioni: oltre otto miliardi di dollari nel 2018.
Ma l’Algeria vuole cambiar volto. Intende fare in Africa ciò che ha fatto il presidente Erdogan con la Turchia: realizzare una rivoluzione infrastrutturale, con fondi pubblici, per trasformare e rilanciare la sua industria. «Io lo definirei – risponde Smail Debeche, professore di relazioni internazionali all’Università Algeri 3 e presidente dell’influente associazione di amicizia Cina-Algeria - un desiderio del nostro Governo che i cinesi investano in Algeria su progetti win win. Qui le compagnie statali cinesi si stanno facendo carico di lavori indispensabili per il processo di diversificazione della nostra economia».
Ma perché riescono ad accaparrarsi gran parte dei progetti? «I cinesi - continua Debeche - rispettano i tempi di realizzazione e le modalità di esecuzione. Mentre aziende straniere e orientali sono in grande ritardo sui tempi. Ma soprattutto le compagnie cinesi hanno prezzi imbattibili. E in questa difficile congiuntura economica è un aspetto molto importante, anzi fondamentale».

La nuova strategia cinese in Africa parte dall’Algeria
La strategia del colosso asiatico in Africa sembra esser cambiata. Prima poggiava su quattro pilastri; prestiti miliardari a tassi non concorrenziali, senza troppo badare alla destinazione del denaro. Accaparramento di materie prime. Lavori infrastrutturali eseguiti rapidamente per poi ritirarsi. E non interferenza negli affari interni dei propri clienti. L'Algeria è forse il paradigma di come sia in parte cambiato questo modello. La Cina vuole instaurare relazioni durevoli con i suoi partner africani. Per farlo ha così agevolato l’insediamento di cinesi in questi paesi, cercando di prestare più attenzione alla qualità delle infrastrutture. Grazie ai loro bassi prezzi le imprese cinesi, sovente pubbliche, vincono i grandi appalti. Ma non di rado subappaltano i lavori ad alto contenuto tecnologico o di qualità ad altre imprese straniere. Così per la realizzazione delle fondamenta del minareto, la statale China State Construction Engineering, la più grande compagnia di costruzioni al mondo, ha affidato l’esecuzione a un’impresa italiana leader in questo settore, il gruppo Trevi. «Le fondamenta di un minareto alto 270 metri richiedevano un attività ad altissimo contenuto tecnologico. Non abbiamo mai avuto problemi a lavorare con i cinesi. Quando interferivano con noi, lo facevano in maniera costruttiva» ci spiega Riccardo Cabassa, direttore generale di Trevi Algeria.

La crisi e il difficile processo di diversificazione dell’economia
Al di là della moschea, l’Algeria è impegnata in un processo – meglio per ora definirlo tentativo – atto a stimolare il settore privato. Non se ne può fare a a meno, ci spiega Abderahaman Benkhalfa, ministro delle Finanze dal 2015 al 2016. «Stiamo puntando molto sugli investimenti diretti stranieri. Vogliamo Paesi intenzionati a venire in Algeria per investire in partnership con il nostro settore privato. L’obiettivo è l’esportazione prodotti e servizi. Intendiamo realizzare una filiera dell’industria alimentare . Tutti sono ben accetti. Ma non è un segreto che la presenza cinese è molto importante sui programmi di realizzazione delle infrastrutture. È una presenza che vedrà presto un’ulteriore accelerazione grazie anche allo sviluppo dell’industria dei fosfati». Il ministro si riferisce all’accordo firmato lo scorso novembre dalla major algerina Sonatrach e la compagnia di Stato cinese Citic per la realizzazione di un impianto per lo sfruttamento di fosfati. Progetto da sei miliardi di dollari capace di creare 3mila posti di lavoro in cui Sonatrach deterrà il 51 per cento.
D’altronde, per un paese che ricava dalle vendite di idrocarburi il 98% dell’export, il processo di diversificazione non può più essere rimandato. In Algeria sta avvenendo quanto sta accadendo in altri Paesi africani esportatori di greggio. « L’incremento demografico e la crescente urbanizzazione stanno provocando un’impennata della domanda di energia – ci spiega l'ecomomista algerino Abderahaman Aya -. Anche per il gas naturale. Il tutto si traduce in una pericolosa riduzione delle esportazioni di idrocarburi. Il governo sta puntando sulle energie rinnovabili e sulla diversificazione. Ma ci vorrà tempo». La caduta del prezzo del barile, crollato dai 114 dollari del giugno 2014 a poco più di 40 nel gennaio 2015, ha contribuito a fare il resto. «Nel 2011 l’Algeria – continua Aya - aveva ricavato dall’export di greggio e gas 71 miliardi di dollari. Nel 2018 siamo precipitati a 35 miliardi».
Da allora il deficit è stato inevitabile. L’anno scorso è arrivato al 13% del Pil. Eppure i generosi sussidi governativi sono stati mantenuti per placare il malcontento popolare. Gli algerini godono di sussidi energetici (la benzina costa 25 cents al litro, ndr), università gratuite, accesso alla sanità pubblica, perfino libri e alloggi gratis per chi risiede ad oltre 50 km di distanza. Ma è una zavorra che grava sui conti pubblici. «Il fondo sovrano usato per rifinanziare il deficit, 70 miliardi di dollari, si è esaurito a inizio 2017. Le riserve valutarie della Banca centrale ammontavano a 194 miliardi di dollari nel 2014. Oggi sono meno di 80. L’Algeria è un Paese che importa quasi ogni genere di merci», confida un funzionario occidentale. Può sembrare un paradosso per un paese esportatore di gas e greggio, ma il governo importa grandi quantità di benzina e prodotti raffinati. «In due anni sei nuove raffinerie (accordo firmato due anni fa) saranno costruite dai cinesi. Una volta finite, smetteremo di importare benzina dalla Francia», aggiunge il professor Debeche.

Algeria, da qui parte la nuova via africana della Seta
Pare quasi che la Francia assista impotente all’offensiva commerciale cinese nel suo giardino africano. Ma un audace, quanto avveniristico progetto potrebbe rivoluzionare il commercio di tutto il Mediterraneo: una nuova Via della seta africana che collegherà la Cina all’Africa subsahariana (arrivando ai giacimenti di greggio e gas della Nigeria) attraverso l’Algeria. Pechino ed Algeri hanno firmato la costruzione di un porto gigantesco (progetto da 3,3 miliardi di dollari)a El Hamdania, 70 km a ovest di Algeri.
«Il nuovo porto è finanziato dalla Cina. Sarà una partnership vincente per entrambi, cinesi e algerini. Ma potrebbe far concorrenza a Marsiglia. Ecco perché alla Francia non piace. Abbiamo già la strada, rifatta, che collega il porto fino al confine meridionale algerino. Poi toccherà ai Governi di Mali, Niger e Nigeria. Una lunga strada e una rete ferroviaria».
Un progetto che lascia molti dubbi, soprattutto sul fronte della sicurezza. Certo è che la presenza cinese sta crescendo. Lontano dai bianchi edifici coloniali del centro, a pochi chilometri dell’aeroporto, ha preso vita nel quartiere di Bab Ezzouar una piccola Chinatown. Un dedalo di viuzze dove tutte si affiancano senza soluzione di continuità negozi all’ingrosso che paiono uguali. Alloro interno sono stipate merci cinesi di ogni genere. Accanto ai proprietari cinesi, che mangiano rigorosamente cibo cinese, commessi e fattorini algerini accolgono i clienti.
Hamid ha 25 anni, frequenta ingegneria informatica e si mantiene facendo il factotum per un negozio cinese. «I cinesi si integrano, ma non comunicano. Qualcuno parla “algerois,” (un incrocio tra francese e arabo). Ma sembrano arrivati per restare a lungo. Pensate che le tende e i vestiti che vendono qui sono prodotti nel quartieri di Hammadi, 40 km da piccoli stabilimenti cinesi».
Dimenticavamo. Se doveste andare al Teatro dell’Opera di Algeri, potrebbe esser utile sapere che si tratta di un regalo del Governo cinese. E se riusciste ad osservare con precisione lo spazio, sappiate che il primo satellite algerino per le telecomunicazioni è stato lanciato da Chichang, in Cina.

© Riproduzione riservata