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Oman, giovani e donne provano a rifondare l’economia nazionale

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LA TRASFORMAZIONE DEL PAESE

Oman, giovani e donne provano a rifondare l’economia nazionale

(Afp)
(Afp)

Forse il «Times of Oman» ha esagerato, sostenendo che due milioni di cittadini – in un Paese con cinque milioni di abitanti – erano online. Ma nell'immenso e nuovissimo palazzo dei congressi i quasi 3.400 fisicamente presenti alla conferenza “Vision 2040”, rappresentavano tutti i segmenti della società: soprattutto giovani, soprattutto donne.

Non è cosa comune assistere in un sultanato del Golfo a una rifondazione economica nazionale: cosa dovrà fare l’Oman nei prossimi vent'anni per uscire dalla dipendenza degli idrocarburi, aprire all'iniziativa privata, agli investimenti stranieri, creare l'”ecosistema” necessario per sviluppare startup, dare lavoro ai giovani sempre più numerosi. Qui la chiamano Tanfeeth, “finire il lavoro”. Ma si potrebbe tradurre con Perestroika sulle rive del Golfo Arabico: ricostruire il sistema economico senza modificare quello politico. A Gorbaciov andò male: lo stagnante dirigismo sovietico fu spazzato via, trascinando con se politburo, comitato centrale, Urss e comunismo.

In Oman Qaboos bin Said, il sultano che nel 1970 «ha trasformato un territorio in uno stato», è anche Primo ministro, ministro degli Esteri, della Difesa, delle Finanze, comandante in capo delle forze armate, presidente della Banca centrale e il giorno del suo compleanno è festa nazionale. Ma la democrazia politica non dovrebbe essere necessaria per riconvertire l'economia, qui nel Golfo: Dubai e Bahrein lo hanno già fatto; anche il giovane e avventato principe ereditario saudita sta cercando di farlo. Ma per decreto, imposizione e arresti. Qui in Oman, invece, il sultano Qaboos “simbolo dell'unità nazionale, suo guardiano e difensore”, come scrive la Legge Fondamentale, ha aperto un dibattito nazionale: che fare?, chiede agli esperti e al suo popolo.

BLOG / La ricchezza delle nazioni e la povertà dei popoli (di Ugo Tramballi)

Un primo tentativo ventennale, “Vision 2020”, aveva avuto risultati discutibili: entro la fine di questo decennio gas e petrolio avrebbero dovuto scendere dal 40 al 9% del Pil. Alla fine del 2018 la proporzione era rimasta pressoché intatta.

Obiettivo: aumentare gli investimenti
Ma è dagli errori che s'impara per raggiungere, fra gli altri, un obiettivo piuttosto ambizioso: aumentare gli investimenti stranieri dal 2% di oggi al 10. «Con l'aiuto della Banca Mondiale abbiamo cercato di capire quali settori economici sviluppare con forza per attrarre investimenti e soprattutto talenti», dice Talal Al Rahbi, il responsabile operativo di Vision 2040. «Ma nel ventennio che sta finendo, abbiamo costruito le infrastrutture necessarie: il nuovo aeroporto, porti, autostrade, scuole». Nel 1971 in Oman c'erano 10 chilometri di strade asfaltate e una sola scuola: elementare e maschile. Lo sforzo infrastrutturale da 41 miliardi ha avuto dei costi sociali. Anche a causa del crollo del prezzo del greggio, oggi il deficit di bilancio è attorno al 10%, il governo ha pesantemente tagliato i sussidi; il Pil pro-capite è sceso da 46.830 nel 2010 a 45,5 due anni fa. La disoccupazione giovanile è al 48,7% e il 60% degli omaniti ha meno di 25 anni.

«Il vero problema non è il prezzo del petrolio ma i 50mila giovani che ogni anno entrano nel mercato del lavoro», dice Julio Saavedra, tedesco, da tre anni l'unico consigliere economico straniero del sultano. «Le riserve provate di petrolio sono le più piccole della regione, il settore privato è troppo dipendente dal governo e quello pubblico troppo coinvolto nel business. Alle riforme non abbiamo alternative: tutte le rivoluzioni industriali sono state guidate dall'alleanza fra settore pubblico e privato». Le manifestazioni giovanili del 2011, nei giorni delle primavere arabe, e quelle del 2016 contro la riduzione dei sussidi e l’aumento delle tasse, hanno spiegato al potere in carica che anche nel placido e gentile Oman il tempo non è infinito.

“Alle riforme non abbiamo alternative: tutte le rivoluzioni industriali sono state guidate dall'alleanza fra settore pubblico e privato”

Julio Saavedra, consigliere economico del sultano 

Il nuovo dibattito nazionale sul futuro parte da 13 priorità: economiche, sociali, educazione, salute. Ma anche questioni più sensibili come riformare il sistema giudiziario e la qualità del governo che deve guidare cambiamenti così radicali. Punto per punto gli obiettivi sono piuttosto generici, ma come spiega Talal Al Rahbi, quest'anno verranno approvate una serie di leggi rivoluzionarie per il Paese: già saranno parte del Piano quinquennale che inizia nel 2020.
Per incentivare gli investimenti internazionali le imprese straniere non dovranno più avere un partner locale: saranno i titolari unici del capitale e delle tecnologie che importeranno. All'inizio non sarà loro richiesto di assumere una quota di lavoratori omaniti. Per quelli che poi saranno reclutati, l'addestramento professionale sarà a spese del governo.

«Il mercato del lavoro è un pilastro molto importante nella nostra visione», chiarisce Abdullah Al Salmi, presidente di CMA, l'Autorità che regola il mercato dei capitali. La proporzione fra lavoratori stranieri e omaniti in generale sarà 30 e 70% ma varierà a seconda dei settori. Si sta tuttavia considerando l'eliminazione delle quote lasciando, che sia il mercato a determinarle. «Il governo sta rivedendo tutte le leggi e le strategie ormai obsolete», promette Al Salmi. Il nuovo piano quinquennale rispecchierà anche questo.

Nella sala piena di pubblico giovanile e femminile subito dietro le poltrone riservate a chi rappresenta il potere, un altro giovane via Skype chiede che le assunzioni pubbliche siano fatte per titolo di studio e qualità personali, non per quota tribale: è un passaggio essenziale per eliminare una delle tradizioni più radicate del vecchio sistema omanita. L'applauso è spontaneo e fragoroso. «L'ecosistema necessario a far nascere le startup lo crea prima di tutto il governo», ricorda Bassel Al Nahlaoui, il giovane direttore per il Golfo di Careem, l'equivalente di Uber in Medio Oriente. L'aiuto principale che può dare, è fare presto le riforme necessarie e ordinare un passo indietro ai pretoriani della sua potente burocrazia. La differenza tra le riforme che permettono a chi governa di restare al potere e quelle che glielo fanno perdere, è ovunque una sottile linea grigia. In Medio Oriente è ancora più grigia e sottile.

Per i canoni della regione, l'Oman è un Paese straordinario. Qualche mese fa il sultano ha ospitato l’israeliano Bibi Netanyahu e subito dopo il palestinese Abu Mazen. È a Muscat che americani, iraniani ed europei si sono incontrati per arrivare allo storico accordo sul congelamento del programma nucleare di Teheran. Anche se ora il trattato è stato ripudiato da Donald Trump, l'Oman continua ad avere eccellenti relazioni con l’Iran e anche con il Qatar, nonostante il fallimentare boicottaggio imposto da sauditi ed Emirati. Infine Muscat ha dichiarato la sua neutralità nella devastante guerra nello Yemen.

I dubbi sulla successione
Questa scelta di campo moderata dipende dal carattere del sultano e dalla versione Ibadi dell'Islam abbracciata dal Paese. Nato dopo la morte di Maometto, l'ibadismo aveva preso le distanze dallo scontro fra sciiti e sunniti in modo piuttosto originale: abbracciando in qualche modo entrambe le sette. Ma oggi essere fuori dalla sfera d'influenza rigidamente sunnita del giovane principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e dal suo cattivo consigliere Mohammed bin Zayed, anche lui erede ma di Abu Dhabi, non è una garanzia di stabilità a lungo termine.

Caso unico nella regione, il sultano non ha figli né fratelli, ha 80 anni e da tempo la sua salute è precaria. Qaboos ha già deciso i termini della successione: alla sua morte si dovrà riunire il Consiglio familiare reale che entro tre giorni – non oltre - dovrà nominare il nuovo sultano. In realtà Qaboos ha scelto anche il successore: probabilmente il cugino Assad bin Tariq, recentemente nominato vice premier per le relazioni internazionali e la cooperazione.

Il rispetto che l'Arabia Saudita ha sempre avuto per la neutralità di Qaboos potrebbe però non essere lo stesso per un Oman con un altro sultano. «Il fallimento delle sanzioni al Qatar aiuterà a moderare i sauditi e a salvaguardare l'autonomia regionale dell'Oman», dice un consigliere del sultano. Ma è più una speranza che una certezza.

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