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Elezioni in Nigeria, un test per l’Africa. Sfida su sicurezza ed…

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IL GIGANTE AL VOTO

Elezioni in Nigeria, un test per l’Africa. Sfida su sicurezza ed economia

Questa volta si vota. Dopo il sorprendente rinvio di sabato scorso, comunicato dalla Commissione elettorale appena cinque ore prima dell'apertura dei seggi, decine di milioni di nigeriani si recheranno oggi nei rispettivi seggi elettorali per scegliere il presidente della Nigeria e rinnovare l'Assemblea nazionale (il Parlamento). Il rinvio – motivato da «problemi logistici» – è costato davvero tanto alle casse dello Stato: circa due miliardi di dollari, lo 0,53% del Prodotto interno lordo.

Un test importante per tutto il Continente
Per quanto messo in ombra da altre crisi internazionali, come il Venezuela ed il delicato dossier della Brexit, il voto che si terrà nel gigante africano rappresenta un test importante per tutto il Continente africano. Capace di suggerirci, dopo le deludenti (da un punto di vista della trasparenza) elezioni in Congo e in Camerun, a che punto è il processo di democratizzazione in Africa.
I candidati sono 72, anche se la vera sfida si giocherà tra due. Ma il fatto che via siano decine di donne candidate, in un Paese dove la presenza femminile in Parlamento è una delle peggiori al mondo (il 7%), è già un fatto incoraggiante.

Il gigante vacilla, ma è sempre più importante
La turbolenta Nigeria è importante. Sempre di più. È il paese più popoloso dell'Africa. Centonovanta milioni di persone destinati, secondo l'Onu a superare i 430 milioni entro il 2050. E' l'economia più grande del Continente, con un Pil di 420 miliardi di dollari (cinque anni fa ha scavalcato il più moderno Sudafrica). Ed è il maggiore produttore di petrolio e gas naturale di tutta l'Africa. Ma è anche il regno di Boko Haram, il sanguinario movimento estremista islamico che da dieci anni sta seminando morte e terrore nelle regioni nordorientali del Paese. Gli sfollati interni sono più di due milioni e mezzo. Decine di migliaia i rifugiati fuggiti nei paesi confinanti. Insomma, se si vuole stabilizzare l'Africa occidentale è obbligatorio passare per la Nigeria.

Un'elezione a rischio
Eppure, se il buongiorno si vede dal mattino, c'è poco da essere ottimisti. La campagna elettorale era già stata macchiata da episodi di violenza. Venerdì 15 febbraio, il giorno prima del voto, poi rimandato di una settimana, decine di persone, tra cui 22 donne e 12 bambini, erano state trucidate da un gruppo armato nello Stato settentrionale di Kaduna.
Il dispiegamento delle forze di sicurezza presso i seggi è ingente. La speranza è che non si verifichino troppi incidenti e che l'affluenza raggiunga un livello soddisfacente, tale da rendere questo voto realmente rappresentativo. I precedenti indicano tuttavia che anche lo scrutinio del voto sarà un momento particolarmente delicato. In passato è stato sovente caratterizzato da accuse di brogli elettorali e da conseguenti proteste. Ancora di più che in passato saranno sempre i giovani a scegliere il presidente. Degli 84 milioni di elettori registrati, gli under 35 rappresentano infatti il 40 per cento.

Buhari contro Abubakar, sicurezza contro economia
L'esercito di candidati conta poco o nulla. Per le presidenziali sarà una sfida a due. Che vede contrapposti due candidati musulmani, peraltro della stessa etnia nomade, i Fulani . Una novità per un paese spaccato in due dal punto di vista religioso (i cristiani al sud i musulmani al nord), in cui le competizioni elettorali vedevano sovente due candidati di fede diversa. Il presidente in carica, Muhammadu Buhari, 76 anni è l'uomo che ha sconfitto nel 2016 il presidente cristiano Jonathan Goodluck, il quale aveva sconfitto, nelle presidenziali del 2010 il musulmano Umaru Yar'Adua. Ex generale dell'esercito, che arrivò a governare il Paese per un breve periodo negli anni 80, Buhari scelse presto la carriera politica. Al quarto tentativo, nel 2015, riuscì ad essere eletto presidente. In quegli anni bui i terroristi di Boko Haram avevano messo a ferro e fuoco la Nigeria nord orientale, rendendo fortemente instabile il 20% del territorio nazionale. Buhari puntò le sue carte soprattutto sulla sicurezza. E in parte sembrava riuscito a ridimensionare i Talebani d'Africa. La loro recente e violenta controffensiva sembra tuttavia dimostrare il contrario.

Forse il maggior successo del presidente in carica, considerato un politico onesto da buona parte della popolazione, sono state le riforme del settore agricolo. Ma non bastano. Chi vuole governare il Paese più popoloso dell'Africa deve dimostrare di saper fare di più. Atiku Abubakar, 72 anni, non manca di carisma. Sposato con quattro donne, padre di 26 figli, il ricco businessman, fondatore di una grande compagnia di servizi petroliferi, ama paragonarsi a Bill Gates. I suoi sostenitori lo definiscono un grande filantropo, che ha fatto dello sviluppo dell'istruzione in Nigeria una delle colonne portanti della sua carriera politica. Ex vicepresidente, in corsa sotto le insegne del Partito democratico popolare, Abubakar ha elaborato un ambizioso programma in cui il rilancio dell'economia è l'asse portante. Tra le sue future riforme vi è anche la privatizzazione di parte della compagnia petrolifera di stato nigeriana, la più grande del Continente. Sempre nel suo programma Abubakar si è anche impegnato a creare 3 milioni di posti di lavoro e a far uscire dalla povertà 50 milioni di nigeriani. Chi dei due prevarrà? La sfida è incerta. Il fatto che Abubakar sembra aver consolidato la simpatia di parte dei vertici militari è sicuramente un punto di forza (l'esercito in Nigeria è ancora un potere di cui non si può fare a meno se si vuole provare a governare). Ma i suoi avversari lo hanno sovente accusato di corruzione e riciclaggio di denaro.

Sicurezza ed economia, le due maggiori sfide
Oltra alla sicurezza, sarà il rilancio dell'economia a condizionare l'esito del voto. In questo campo Buhari non ha avuto successo. Da quando è salito al potere, nel 2015, il tasso di disoccupazione ufficiale era stimato all'8,2 per cento. Nel terzo trimestre del 2018 ha superato il 23 per cento. L'economia ha vissuto una storica fase di recessione durata cinque mesi fino all'inizio del 2017. Il reddito pro-capite è sceso nel 2017 sotto i 2mila dollari (era a 3.200 dollari nel 2014) . La corruzione è endemica, inghiotte miliardi di dollari ogni anno. Ma puntare il dito su Buhari sarebbe fuorviante. Per quanto gli sforzi per diversificare l'economia siano in parte apprezzabili, la Nigeria soffre ancora di petro-dipendenza. Come del resto gli altri paesi africani esportatori di greggio. E quando il prezzo del barile scendo arrivano i guai. Il crollo delle quotazioni avvenuto dal giugno del 2014 (in sei mesi il barile è caduto da 114 dollari a meno di 40) si è rivelato quasi fatale. Tanto che l'anno scorso la borsa nigeriana è stata quella a registrare la peggiore performance nel mondo. E la Nigeria è oggi il paese con il maggior numero di persone al mondo che versano in estrema povertà, 87 milioni. La parziale ripresa delle quotazioni petrolifere si è subito riflessa sul Pil, cresciuto nel 2018 dell'1,9% per cento Ma l'indice di sviluppo umano resta uno tra i più bassi al mondo (0,514).

Per vincere al primo turno Buhari o Abubakar dovrebbero aggiudicarsi la maggioranza e comunque più del 25% dei voti in almeno 24 dei 36 stati (la Nigeria è una Repubblica federale). Gli occhi sono puntati sull'affluenza. Molti nigeriani hanno compiuto lunghi viaggi la sorsa settimana, spostandosi dalle grandi città ai villaggi dove sono registrati. E' probabile che una buona parte rinunci a compiere una seconda e costosa trasferta nonostante il Governo abbia annunciato sconti sui voli e abbia proclamato oggi giorno di festività.
Ma considerando che un africano su cinque è nigeriano, che le maggiori riserve di greggio e gas del Continente sono in Nigeria, che gli investitori stranieri guardano a questo paese con grande attenzione, il futuro dell'Africa passa anche, e soprattutto, da qui. Dal questo gigante che vacilla.

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