Mondo

Brexit, quali sono gli stranieri sgraditi agli inglesi e quali no

  • Abbonati
  • Accedi
IL NODO IMMIGRAZIONE

Brexit, quali sono gli stranieri sgraditi agli inglesi e quali no

Articolo tratto da www.lavoce.info

Nel corso di uno dei tanti accesi dibattiti alla Camera dei Comuni durante il mese di gennaio, Theresa May si è lasciata sfuggire la frase: «Non permetteremo agli immigrati comunitari di surclassare gli altri». Un indizio interessante di un aspetto poco esplorato nel dibattito sulla Brexit: alla base non esiste soltanto una generica ostilità verso l'immigrazione come quella che si sta diffondendo in molti paesi europei, quanto invece una più precisa avversione contro l'immigrazione da altri paesi Ue.

Sembra evidente come l'intera classe politica britannica abbia sottovalutato le conseguenze del referendum del 2016 e non riesca a indicare all'opinione pubblica una via d'uscita credibile. Dopo decenni di propaganda antieuropea diffusa dai tabloid popolari, comincia a farsi strada l'idea che uscire dall'Europa potrebbe produrre più danni che benefici.

L'immigrazione nel Regno Unito
Fin dall'inizio del dibattito sulla Brexit infatti il fenomeno migratorio è stato una componente fondamentale per la vittoria del leave. L'allarme sulla cosiddetta perdita del controllo delle frontiere del Regno Unito aveva di mira soprattutto l'immigrazione dai paesi dell'Unione Europea, che si era intensificata con gli allargamenti a Est del 2004 (Polonia, Ungheria, Paesi Baltici ecc.) e del 2007 (Romania e Bulgaria).

Secondo l'istituto di statistica del Regno Unito, tra il 2004 e il 2017 la presenza degli immigrati nel Regno Unito (nati all'estero) è passata dall'8,9 al 14,4 per cento della popolazione complessiva, ovvero oltre 9 milioni sui 65 totali.

Nello stesso periodo i nati all'estero sono aumentati, con la componente europea in crescita maggiore (da 1,5 a 3,7 milioni, +148 per cento) rispetto quella di immigrati extra Ue (+51 per cento). La popolazione nata nel Regno Unito invece ha registrato un aumento del 3 per cento.

Osservando il dettaglio per paese di nascita, le componenti principali sono Polonia (10 per cento, 922 mila persone), India (9 per cento, 829 mila) e Pakistan (6 per cento, 522 mila).

GLI IMMIGRATI NEL REGNO UNITO
Serie storica della componente immigrata nel Regno Unito. Nati Ue e nati Extra Ue, dati in milioni. (Fonte: Elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati ONS)

È bene ricordare che i sostenitori del leave hanno considerato fin dall'inizio, come due presupposti importanti per la loro argomentazione, gli stretti rapporti del Regno Unito da un lato con gli Stati Uniti e dall'altro con i paesi del Commonwealth. Secondo questa frangia, l'indebolimento degli scambi commerciali con gli altri 27 membri dell'Ue avrebbe potuto essere in qualche modo controbilanciato dal rafforzamento dei rapporti con gli Usa e con i 53 paesi del Commonwealth (tra i quali figurano importanti economie come Canada, Australia, Sudafrica, India e Pakistan).

Il primo presupposto si è rivelato più debole del previsto a causa delle posizioni isolazioniste del presidente Trump, mentre il legame migratorio con i paesi del Commonwealth merita un particolare approfondimento.

Il modello britannico di integrazione
In primo luogo, l'immigrazione da India, Pakistan, Bangladesh e altre ex colonie risale al secondo dopoguerra, ben più radicata di quella dai paesi europei.
Le politiche migratorie britanniche sono storicamente improntate al “multiculturalismo”, fondato sul riconoscimento dei diritti non solo dell'individuo ma anche dei gruppi e delle comunità che abitano nel paese. Questo modello, peraltro controverso già dai tempi di Blair, non chiede agli immigrati l'abbandono della loro identità culturale in cambio dell'integrazione e dell'accesso ai diritti, come invece avviene in Francia.

Proprio questo modello ha consentito ai cittadini non di origine britannica una piena integrazione e partecipazione alla vita politica: l'esempio più conosciuto è quello del sindaco di Londra, Sadiq Khan, di origini pakistane. Altri esempi di integrazione di seconde e terze generazioni sono raccontati in film come “My Beautiful Laundrette” (1985), “East Is East” (1999) o “Sognando Beckham” (2002).

Il peso politico degli immigrati del Commonwealth
È soprattutto importante ricordare che gli immigrati dai paesi del Commonwealth (residenti nel Regno Unito) hanno il diritto di voto anche alle elezioni politiche, elemento che dà un peso significativo alle loro lobby.

Inoltre, le odierne posizioni xenofobe, dalla sicurezza al welfare, in Europa hanno origini lontane e si possono far risalire al celebre discorso tenuto a Birmingham dal deputato ultraconservatore Enoch Powell. Egli parlava pochi giorni dopo l'assassinio di Martin Luther King a Nashville ed evocava un futuro di conflitti etnici che avrebbero insanguinato l'Europa. Sebbene Powell sia stato espulso dal partito conservatore, le sue opinioni influenzarono notevolmente il dibattito politico inglese ed europeo.

Una delle sue tante preoccupazioni era squisitamente politica: il diritto di voto degli immigrati indiani e pakistani si indirizzava quasi immediatamente verso il partito laburista. Mezzo secolo dopo le cose sono in parte cambiate e il consenso verso il partito laburista non è più così esclusivo, soprattutto dopo la posizione di Blair nella guerra in Iraq del 2003 e l'aumento del benessere in alcune comunità di immigrati.

Dunque, il peso politico degli immigrati dal Commonwealth rende peculiare il significato dell'immigrazione nel Regno Unito rispetto agli altri paesi europei e aiuta a gettare luce su alcune delle posizioni nel dibattito in corso sulla Brexit.

© Riproduzione riservata