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Gli algerini dicono «basta» a un presidente fantasma

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Elezioni ad aprile

Gli algerini dicono «basta» a un presidente fantasma

Una nuova primavera? Ad Algeri la gente protesta contro la candidatura del presidente Bouteflika, 82 anni
Una nuova primavera? Ad Algeri la gente protesta contro la candidatura del presidente Bouteflika, 82 anni

Hanno rotto gli indugi. Questa volta sono riusciti a infrangere il muro della paura, a non pensare al “decennio nero”, il trauma collettivo da cui l’Algeria, a distanza di 20 anni, non è ancora guarita. Le migliaia di algerini che da tre settimane stanno riempiendo piazze e strade non sono più disposti a rivedere il presidente fantasma ancora al potere. La loro protesta ha dunque un solo destinatario, l’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, 82 anni, candidato per il quinto mandato consecutivo alle elezioni presidenziali del 18 aprile. Nemmeno all’inizio del 2011, quando il vento della primavera araba era spirato anche in questa terra (per poi allontanarsi in breve tempo) le proteste avevano assunto queste dimensioni.

Gli algerini in strada per dire no al presidente Bouteflika

Anche ieri, terzo venerdì di protesta, decine di migliaia di persone - mezzo milione per la polizia, un milione secondo fonti dell’opposizione - sono scese in piazza nei maggiori centri abitati del Paese più esteso dell’Africa. E l’opposizione politica, finora divisa, si è compattata dietro alle proteste. Il messaggio era chiaro: no a Bouteflika. Ma il presidente non poteva sentire le loro grida. Non c’era. Ancora una volta si trova all’estero per curarsi, probabilmente in una clinica a Ginevra, in Svizzera. D’altronde è dal 26 aprile 2013, giorno in cui una grave emorragia cerebrale lo colpì, paralizzandolo e costringendolo su una sedia a rotelle, che il presidente non compare più in pubblico. Le sue apparizioni, sempre più rare, sono trasmesse dalla Tv di Stato.

La domanda che tutti gli algerini si pongono è da tempo la stessa. È davvero lui che comanda? Ad Algeri si vocifera con maggiore insistenza di come il potere sia in realtà gestito dai fratelli, e dagli alti funzionari del regime, in prima linea dai vertici dell’esercito. Insomma da quello che gli algerini definiscono da tempo “Le pouvoir”, il potere, o “Le Système”, il sistema che dalla fine della guerra civile, nel 1999, perpetua sé stesso e che, agli occhi di molti algerini, ha creato un meccanismo dove la corruzione è divenuta quasi endemica.

Una nuova primavera o prevarrà il “sistema”?

E ora cosa accadrà? Una nuova primavera araba? O forse, ancora una volta, tutto sarà inghiottito dall’immobilismo del Sistema? Quella cerchia ristretta, di cui l’esercito è parte imprescindibile, da dietro le quinte tiene le redini del Paese da almeno 20 anni, controllando la ricchissima industria degli idrocarburi. Al suo vertice vi sono ancora gli eroi – oggi ottuagenari - della guerra di liberazione contro la Francia (1945-1962) costata la vita a un milione di algerini. Bouteflika stesso ma anche il capo di Stato maggiore delle forze armate, il generale Gaia Salah. Lui non ci ha pensato due volte. Davanti a queste manifestazioni di massa non ha esitato ad agitare lo spettro della guerra al terrorismo. «Ci sono partiti che vogliono riportare indietro l’Algeria agli anni della violenza - ha detto alcuni giorni fa il capo di Stato maggiore, parlando in una scuola militare poco fuori Algeri -. Un popolo che ha sconfitto il terrorismo sa come preservare la stabilità». Un monito chiaro, che gli algerini avranno ascoltato attentamente.

Se l’Algeria è stato il solo Paese della sponda sud del Mediterraneo a non esser stato investito dal vento delle primavere arabe, degenerate in guerre civili in Libia, Siria e Yemen, questo è dovuto anche e soprattutto alla paura che si potessero ripetere i dieci anni che sconvolsero il Paese dopo che l’esercito annullò con un Golpe la vittoria del partito del Fronte islamico di Salvezza(Fis) al primo turno delle elezioni del 1991. Erano le prime elezioni aperte al multipartitismo. Negli anni che seguirono persero la vita circa 200mila algerini.
I vertici militari sono noti per la loro determinazione. E sono in buona parte gli stessi. Oltre al capo di Stato maggiore, sono ancora al potere il capo del servizio di informazione nazionale algerino, Mohammed Medienne, e quello del feroce Dipartimento di sorveglianza e sicurezza (Dds), Athmane Tarthag, il nemico numero uno degli integralisti islamici, l’uomo a cui è stato attribuito più degli altri il merito di averli sconfitti militarmente.

Sempre loro, dunque, intenzionati a governare da dietro le quinte. Mentre il candidato del principale partito d’opposizione, Abderrazak Makri, leader della formazione moderata islamista “Movimento Sociale per la Pace”, ha deciso di boicottare le elezioni.

Migliaia di studenti in piazza ad Algeri contro Bouteflika

Corruzione e crisi economica le ragioni delle proteste
Come ogni rivolta, l’aspetto economico si è rivelato decisivo nel far scender gli algerini in strada. D’altronde la situazione è drasticamente peggiorata, i conti sono fuori controllo, le entrate sono ampiamente insufficienti per tamponare il deficit di bilancio. Insomma, di soldi non ce ne sono più. Soprattutto per continuare a portare avanti i generosissimi sussidi e aiuti di stato per la popolazione. Il mezzo con cui il Governo era riuscito finora a placare il malcontento popolare.

La caduta dei prezzi del greggio, crollati dai 115 dollari al barile del giugno 2014 a meno di 40 nel gennaio 2015, ha avuto un impatto molto negativo sui conti pubblici. D’altronde le vendite di greggio e gas naturale rappresentano il 95% delle esportazioni in valore di tutto il Paese. Complice un processo di diversificazione dell’economia che procede molto a rilento, in quattro anni le condizioni economiche del Paese si sono deteriorate. La disoccupazione tra i giovani (in Algeria il 70% della popolazione ha meno di 30 anni) ha ormai sfondato la soglia del 25 per cento. Quella ufficiale, perché alcuni economisti indipendenti parlano di cifre ben superiori. La crescita è anemica, sicuramente insufficiente ad assorbire la nuova forza lavoro che ogni anno si affaccia sul mercato.

Nel tentativo di contenere una spesa pubblica fuori controllo, a cavallo tra il 2016 e il 2017 il Governo ha così dato il via a delle misure impopolari come l’aumento della pressione fiscale, tra cui l’Iva e le accise sul carburante. Nel contempo la crescita dell’inflazione ha deteriorato il potere d’acquisto della popolazione. I giovani scesi in strada chiedono quindi una azione decisa contro la corruzione, una gestione più trasparente delle rendite energetiche, e una distribuzione della ricchezza ispirata ai principi di una maggiore equità.

L’incubo di un’Algeria instabile per Europa e Nord Africa
Per ora le forze armate algerine non sembrano intenzionate a intervenire. Quando lo fecero, nel 1992, annullando le elezioni vinte dal fronte islamico di salvezza (dichiarato poi fuori legge) innescarono violente proteste. La repressione che seguì apri le porte dell’inferno. Una guerra civile (in Algeria è più comune definirla Guerra contro il terrorismo) in cui morì quasi un algerino su dieci. La paura di tornare al caos e alla violenza del “Decennio nero” è ancora oggi un valido motivo, soprattutto per i meno giovani, per non sfidare il potere.
Se l’Algeria venisse travolta dal caos e dalle tensioni, le conseguenze si farebbero sentire non solo in tutta la regione del Nord Africa, ma anche in Europa. Cosa ne sarebbe della complessa e fragile transizione democratica della Tunisia? E cosa del conflitto in corsa in Libia? Sul fronte dei migranti, poi, un’Algeria instabile significa una nuova ed esplosiva rotta per i migranti clandestini.

Un’ultima informazione. Il gas naturale algerino rappresenta il 12% del fabbisogno energetico europeo. Ed il 36% di quello italiano. Non è un dettaglio.

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