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Brexit, il Parlamento esclude «in ogni circostanza»…

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Servizio |il voto alla camera dei comuni

Brexit, il Parlamento esclude «in ogni circostanza» l’uscita senza accordo

Inizia un’altra giornata cruciale per la sempre più tormentata Brexit. In serata il Parlamento sarà chiamato nuovamente a votare, questa volta sull’ipotesi di una proroga della data di uscita rispetto al 29 marzo. Si tratterebbe di una svolta, perché per la prima volta tutto il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea potrebbe essere rimesso in discussione.

Mercoledì sera la Camera dei Comuni britannica ha approvato il primo emendamento messo ai voti. Il testo, promosso trasversalmente da deputati Tory moderati e laburisti per forzare la mano al governo, mira a potenziare il no a un taglio netto escludendo che il Regno Unito possa lasciare in alcuna circostanza e in qualunque momento l'Ue «senza un accordo di recesso e una cornice sulle relazioni future». L’emendamento, uno dei due ammessi alla votazione dallo speaker John Bercow e presentato dal laburista Jack Dromey e dalla conservatrice Caroline Spelman, prevedeva che fosse cambiata la formula in modo da escludere un “no deal” in qualunque momento e in qualunque circostanza, è stato approvato con 312 voti a favore e 308 contrari. Respinto, successivamente, anche il secondo emendamento ammesso, che invitava il governo a perseguire un’uscita “no deal” il prossimo 22 maggio (374 i voti contrari a questo scenario).

Il passo successivo, scontato a quel punto, è stata l’approvazione della mozione che esclude il no deal, con 321 voti a favore e 278 contrari.

Theresa May ha parlato di «chiara maggioranza contraria a una uscita dalla Ue senza un accordo». Ma ha anche aggiunto che «l’opzione di una Brexit no deal
resta lo sbocco “di default” in mancanza di un accordo o di un rinvio». May ha confermato per giovedì un nuovo voto su una mozione che apra la strada un “breve rinvio” della Brexit, legandolo però alla disponibilità della Camera ad
accettare il suo accordo come testo di base e aprendo la strada a un terzo voto la prossima settimana sull’intesa con la Ue, dopo le due umilianti bocciature subite e metà gennaio e martedì 12 marzo. Altrimenti ha evocato un rinvio a più lungo termine con l'inevitabile partecipazione britannica alle elezioni europee di maggio. Dal canto suo il leader laburista Jeremy Corbyn ha parlato di necessità che sia il Parlamento a prendere il controllo del processo verso la Brexit e ha annunciato consultazioni trasversali per trovare un compromesso votabile dalla maggioranza. Da Bruxelles, però, arriva la precisazione: «Non basta dire no al no deal, serve un accordo».

Il 14 marzo la votazione sul rinvio
A questo punto la palla passa alla terza e ultima votazione del 14 marzo: la richiesta o meno di un rinvio della Brexit oltre la scadenza originaria del 29 marzo 2019. A Londra si parla sempre più insistentemente di un «delay», uno slittamento di qualche mese, ma il percorso deve essere scandito e ufficializzato dal parere della Camera. Vediamo le varie opzioni sul tavolo.

Il 13 marzo: il bivio (quasi) scontato fra deal o no-deal
Nel dibattito che si è svolto mercoledì alla Camera dei Comuni, i deputati avevano già di fatto escluso lo scenario di una Brexit no-deal. Le conseguenze economiche e politiche di un divorzio senza tutele sembravano troppo gravi per essere scelte. In effetti, il voto contrario al no-deal non equivale a scartare del tutto ipotesi. Se May non trovasse un accordo sul rinvio, l’Isola si avvierebbe alla rottura con Bruxelles senza alcun accordo di appoggio. Un rischio considerato sia da Londra (che ha predisposto di azzerare i dazisu quasi il 90% dei prodotti) sia, e soprattutto, dall’Europa (già attrezzata con un «kit di emergenza» in caso di Hard Brexit).

Il 14 marzo: rinvio sì, rinvio no. E di quanto?
E qui si arriva all’ultima votazione, quella del 14 marzo. I parlamentari sembrano inclini a votare per il rinvio, l’unico spiraglio per dare ossigeno a nuove trattative e consentire un ritocco all’accordo. Ma non è tutto così semplice. May ha lanciato il 12 marzo un accorato appello perché i suoi deputati «indichino una posizione» chiara su cosa vogliono dall’Europa. Perché? Le ragioni vanno cercate, questa volta, a Bruxelles. Un portavoce del caponegoziatore Michel Barnier ha dichiarato che non sarà concesso alcun rinvio al buio, senza una «valida motivazione». Se May si presenta dai partner europei senza una agenda definita, il Consiglio europeo potrebbe respingere la richiesta e lasciare Londra in balìa di un’uscita no-deal.

D’altro canto, c’è un’altra questione che va considerata: i tempi. Il rinvio, per quanto «breve e limitato» possa essere, rischia di portare le trattative oltre la data del voto alle Europee. La Commissione ha già fatto sapere di non volere rinvi oltre il 21-22 maggio, la vigilia delle urne per il rinnovo dell’Eurocamera. Ma nessun può escludere del tutto che si superi quella data, magari grazie a un rinvio più ampio dei due-tre mesi suggeriti in origine. Da Bruxelles era trasparsa la disponibilità a un rinvio di lunga portata, fino al 2021. May si è sempre schierata contro, spiegando che «tradirebbe» lo spirito del referendum. Visto l’esito delle sue ultime battaglie, non si può essere certi che sarà ascoltata.

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