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Servizio |LONDRA NEL CAOS

Brexit, il Parlamento gela May: vietato terzo voto sull’accordo

Duro colpo, l’ennesimo, a Theresa May e al suo estremo tentativo di riproporre in Parlamento l’intesa sottoscritta con l’Unione Europea. John Bercow, il presidente della Camera dei Comuni diventato famoso in questi mesi per il piglio deciso e le espressioni colorite, ha chiarito che il governo non può riproporre per la terza volta il medesimo accordo già bocciato due volte, pur con alcune variazioni semantiche che non cambiano la realtà dei fatti. Lo speaker ha fatto riferimento a numerosi precedenti e regole, risalenti in un caso addirittura al lontano 1604.

Per il primo ministro Theresa May si tratta di un'altra clamorosa sconfitta, anche se nelle ultime ore Downing Street aveva fatto sapere di non voler riproporre l'accordo al voto fino a che non vi fossero state buone probabilità di successo. Bercow ha ricordato le due pesanti sconfitte già subite dall'accordo siglato dalla May con Bruxelles dopo che i medesimi voti erano già stati rinviati dal governo. La questione era stata sollevata la scorsa settimana da alcuni deputati e Bercow si era riservato di decidere in merito.

Il Regno Unito si trova ora in una «grave crisi costituzionale». È quanto ha dichiarato il procuratore generale Robert Buckland commentando la decisione dello speaker della Camera dei Comuni. «Siamo in una grave crisi costituzionale - ha commentato il procuratore generale - ci sono modi per superarla, ad esempio prorogare il parlamento e aprire una nuova sessione. Ma stiamo parlando del fatto che mancano poche ore al 29 di marzo. Francamente avremmo potuto fare a meno di questo sviluppo. Ora abbiamo questa decisione di cui tenere conto e chiaramente bisognerà pensarci per bene e molto velocemente nel corso delle prossime ore».

Downing Street ha reagito con stupore alla decisione di Bercow. Un portavoce di
Theresa May ha detto che lo speaker non «ci ha preavvertiti del suo annuncio», aggiungendo di non volerlo commentare, ma che per ora la premier «non è in condizione» di proporre un nuovo voto essendo ancora in corso colloqui con i deputati dissidenti del suo partito. Il procuratore generale del governo, Robert Buckland, ha invece criticato Bercow, parlando di «interventismo» costituzionale.

FOCUS / Cosa può succedere dopo il voto sul rinvio

«Se il governo vuole proporre una nuova mozione che non è la stessa o sostanzialmente la stessa - ha detto Bercow - questo sarebbe perfettamente in regola. Ma il governo non può riproporre alla Camera la stesa proposizione o sostanzialmente la stessa di quella della scorsa settimana già votata con 149 voti contrari. La mia non è l'ultima parola ma indica il test che il governo deve superare se vuole che il Parlamento sia chiamato al voto per la terza volta».

Il secondo voto sull’accordo Ue-Regno Unito si era potuto svolgere la settimana scorsa grazie alle ulteriori rassicurazioni giuridiche e alle precisazioni fornite da Juncker e May, che avevano in qualche modo modificato i contenuti dell’intesa, anche se la sostanza era rimasta inalterata. Downing Street ha già chiarito che non sono attesi ulteriori negoziati nell'immediato, il che sbarra la strada a un nuovo voto.

Come insegna la storia di questi anni di Brexit, i colpi di scena sono dietro l’angolo e dunque non si può escludere nulla. L’unica certezza è che mancano meno di due settimane alla data di uscita del Regno Unito dalla Ue. È vero che il Parlamento ha approvato la scorsa settimana una mozione che esclude il «no-deal», cioè l’uscita senza intesa, ma più ci si avvicina al 31 marzo e più questo scenario che nessuno dice di volere sembra rafforzarsi. Un appuntamento decisivo è il vertice dei capi di Stato e di governo della Ue in programma giovedì e venerdì (21 e 22 marzo), al quale Theresa May dovrà presentarsi con una soluzione in extremis per evitare lo scenario da incubo del «no-deal».

Moavero: proroga Brexit è nell’interesse dell’Italia
«La Brexit ad averla immaginata con questi continui cambi di scenari e aggiunta di elementi: è veramente una suspense”. Così il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi a margine del Consiglio Ue, dopo l'ultimo colpo di scena a Londra. «Bisognerebbe chiedere allo speaker se intende un testo di recesso diverso, o porre la questione in termini diversi». Ma comunque, se non ci sarà il voto prima del 29 marzo, si profilano due possibilità: «o un’uscita senza accordo o la seconda tutta da verificare, di una proroga più lunga, sulla quale il punto interrogativo è a tutto tondo». Moavero Milanesi ha aggiunto che gli interessi dell'Italia rendono una uscita «non hard» lo scenario più auspicabile dato che l'Italia registra un avanzo commerciale con il Regno Unito (potrebbe essere messo a rischio in caso di dazi e barriere) e deve tutelare gli italiani che risiedono oltre Manica.

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