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Rinvio Brexit, scontro tra ministri. Theresa May: è crisi politica

LONDRA - È “crisi politica” in Gran Bretagna, ha ammesso oggi 19 marzo Theresa May. La premier ha chiesto all’Unione europea un rinvio di Brexit, ma non ancora deciso per quanto tempo e per cosa. La riunione di Governo non solo non ha portato all’auspicata decisione unanime sui prossimi passi da compiere ma è finita in uno scontro aperto tra ministri pro e anti-Brexit.

Da Bruxelles il negoziatore-capo Michel Barnier ha avvertito che «il Governo e il Parlamento britannici devono decidere in tempi molto stretti un piano concreto». I 27 devono agire nel proprio interesse, ha sottolineato, perché «prolungare l’incertezza senza un progetto chiaro avrebbe costi economici e politici per la Ue».

I Paesi europei non tentano più di nascondere la loro frustrazione per l'incapacità di Londra di fare chiarezza. Da Parigi hanno fatto sapere che la concessione di un rinvio da parte della Ue, che deve essere una decisione unanime dei 27, non è affatto scontata o automatica. «Prendere tempo tanto per prendere tempo non è un progetto e non è una strategia», ha detto il portavoce del presidente Emmanuel Macron.

Più morbida la posizione di Angela Merkel. La cancelliera tedesca ha dichiarato che intende «combattere fino all’ultima ora per un'uscita ordinata, anche se non abbiamo molto tempo», ma ha ammesso di non poter prevedere se la Ue approverà la richiesta di Londra o meno perché la situazione «è troppo fluida».

Nella lettera formale che ha inviato a Donald Tusk, presidente del Consiglio Ue, la May ha chiesto un’estensione fino al 30 giugno ma anche l’opzione di un rinvio molto più lungo. «Io sono una persona semplice, ma dovrebbe essere uno o l’altro, no?» ha chiesto con tono ironico Barnier.
Downing Street ha fatto sapere che la May «continua a lavorare per far approvare l’accordo» concordato con la Ue. La strategia della premier sembra quindi essere di cercare di ottenere una nuova data o altra modifica dell’intesa al summit dei leader Ue che inizia giovedì 21 marzo per poter aggirare l'ostacolo posto lunedì dallo Speaker. John Bercow aveva annunciato a sorpresa che i deputati non possono tornare a votare la stessa identica mozione già respinta due volte con un ampio margine.

La May intende quindi tornare a presentare l’accordo in Parlamento per la terza volta la settimana prossima e, se verrà approvato, spera che la Ue conceda un rinvio breve, sufficiente per ratificare l'intesa e sancire l'uscita della Gran Bretagna dalla Ue.

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Se invece l’accordo sarà respinto, Bruxelles dovrebbe acconsentire a un’estensione ben più lunga per evitare “no deal” e permettere a Londra di presentare una nuova strategia. Barnier però ha messo in chiaro oggi che Londra deve «offrire qualcosa di nuovo» se vuole un rinvio lungo per evitare che si ripresenti «la stessa situazione di oggi».

La posizione di Bruxelles non è l’unico problema della May. La premier infatti non sembra essere riuscita a conquistare i voti necessari per far approvare il suo accordo, anche se oggi ha continuato a negoziare con gli unionisti nordirlandesi del Dup e ha invitato a Downing Street l’ex ministro degli Esteri Boris Johnson. Molti deputati conservatori parlano apertamente di un’uscita di scena a breve della May e l’euroscettico Johnson è in pole position per la successione.

Intanto i leader dei partiti minori in Parlamento – LiberalDemocratici, Verdi, i gallesi di Plaid Cymru e gli scozzesi dell'Snp – hanno presentato un appello congiunto che chiede un secondo referendum per risolvere l’impasse e hanno anche tentato di convincere Jeremy Corbyn a firmarlo. Il leader laburista però non si è voluto schierare.

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