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Via della Seta, i paesi europei in ordine sparso nel business con la Cina

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Servizio | la strategia di pechino

Via della Seta, i paesi europei in ordine sparso nel business con la Cina

  • –dal nostro corrispondente

BRUXELLES - Fino a qualche anno fa, la Cina era il paese in cui trasferirsi per vendere, produrre ed esportare. La Germania fece da battistrada, diventando nel paese asiatico il primo produttore di automobili. Oggi non è più così. La Cina è fonte di tensioni tra i Ventotto, forse più della Russia. Adottare una politica comune nei confronti della Cina non sarà facile. Gli interessi in gioco sono politici, economici, finanziari ed emergeranno prepotenti nel corso di un dibattito durante il Consiglio europeo di questa settimana.

La scelta del governo italiano di negoziare un memorandum di intesa con Pechino per fare dell’Italia un tassello della nuova via che dovrebbe aprire il mercato europeo alle merci cinesi ha scatenato le critiche di Washington, preoccupata da una colonizzazione surretizia. Ma a Bruxelles la reazione è stata più sommessa. La Commissione europea ha pubblicato una comunicazione che si è rivelata un esercizio acrobatico. Bruxelles sa che il governo cinese è autoritario, che potrebbe fare un uso improprio della sua tecnologia, e che la sua economia è dirigista, ma è anche consapevole di come sia difficile oggi per qualsiasi paese europeo non fare affari con Pechino.

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GLI INVESTIMENTI CINESI IN EUROPA
Ide in miliardi di euro, valore cumulativo 2000-2018 (Fonte: Rhodium Group)

«Troppe sensibilità diverse, troppa carne al fuoco, troppe variabili perché la Commissione europea potesse produrre qualcosa di più sostanzioso», analizza un diplomatico bruxellese. L’esecutivo comunitario vede nella Cina al tempo stesso «un partner negoziale», «un concorrente commerciale» e «un rivale politico». Nota Guntram Wolff, direttore del centro-studi Bruegel qui a Bruxelles: «Il nostro rapporto con la Russia è segnato principalmente da dubbi relativi alla sicurezza e ai principi di democrazia. L’aspetto economico è relativamente poco importante. Per la Cina vale il contrario: molta economia, poca politica».

A seconda delle circostanze ciascun governo europeo privilegerà i contatti economici o gli interessi politici. Non c’è paese che non si interroghi sull’impatto che il regime cinese potrebbe avere sulla sua vita politica ed economica nazionale. Ma nessuno può fare a meno di coltivare legami con un mercato enorme, popolatissimo, in piena modernizzazione. L’interscambio tra la Cina e l’Unione ammonta ormai a un miliardo di euro al giorno, secondo le statistiche di Eurostat.

In vista del summit europeo di questa settimana e del vertice Cina-Unione europea del 9 aprile, i rappresentanti diplomatici dei Ventotto hanno tenuto nei giorni scorsi una discussione preparatoria. Il desiderio è di rendere l’approccio europeo «più realistico, più assertivo, più variegato», spiega un esponente comunitario. Secondo le informazioni raccolte a Bruxelles, le differenze di veduta sono emerse con evidenza. I paesi scandinavi hanno messo l’accento soprattutto sulla situazione dei diritti umani in Cina. L’Olanda, la Polonia e il Regno Unito hanno sottolineato la minaccia alla sicurezza tecnologica di imprese quali Huawei. Altri, come la Germania, la Francia, il Portogallo e l’Italia, hanno sottolineato la necessità di finalizzare un accordo dedicato agli investimenti.

Lo sguardo di oggi è puntato sul memorandum di intesa con l’Italia (oltre a Roma, anche il Lussemburgo è impegnato in un negoziato con Pechino). Nel frattempo, altri 13 paesi europei hanno già firmato accordi simili. Più in generale, come non ricordare le acquisizioni cinesi di infrastrutture portoghesi e greche; la costruzione di un ponte di due chilometri e mezzo in Croazia; il progetto di tunnel marittimo da 50 chilometri tra la Finlandia e l’Estonia; gli accordi energetici con Malta; l’interscambio sino-tedesco che ha raggiunto il record di 188 miliardi di euro nel 2017 o la Francia che coopera con il governo cinese nell’energia nucleare?

C’è da parte europea unità d’intenti nel desiderio di bloccare vendite cinesi sotto costo, di contrastare il tentativo cinese di imporre propri standards, di intimare a Pechino reciprocità nella partecipazione agli appalti pubblici, ma già sull’idea di controllare gli investimenti vi sono divisioni. Nelle recenti discusioni diplomatiche, Berlino e Parigi si sono lamentate del Forum 16 + 1 creato nel 2012 e che raggruppa oltre alla Cina 16 paesi dell’Europa Centro-orientale, di cui 11 paesi comunitari. È l’esempio più evidente delle tensioni europee nel gestire il rapporto con Pechino. In un recente rapporto, il Parlamento europeo si è chiesto se la Cina non voglia «dividere per dominare».

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Anche la politica è fonte di disaccordi. In passato il richiamo sui diritti umani è stato annacquato su pressione di alcuni paesi per paura che questo appello mettesse a rischio investimenti cinesi. Oggi alcuni paesi membri, come la Grecia o Cipro, sono freddi all’idea di denunciare le mire cinesi nel Mar della Cina meridionale poiché anche loro hanno controversie aperte su alcune isole del Mediterraneo. Nota ancora Guntram Wolff: «La stessa Ungheria gioca un ruolo importante nel Forum 16 + 1. Sfrutta il suo rapporto con la Cina per meglio pesare a Bruxelles e nell’Unione».

Diplomatici notano che i Ventotto stanno rivedendo la loro posizione nei confronti della Cina: «Il paese non è più ritenuto un paradiso - spiega un negoziatore europeo -. Ma sarà difficile trovare una intesa sull’approccio migliore». La Germania è al tempo stesso motore e freno del dibattito. È lucida sui problemi, ma è anche il paese più esposto. Nell’ottobre scorso, l’associazione imprenditoriale Bdi ha spiegato che l’Europa non ha interesse a isolare la Cina, ma non può neppure ignorare le minacce che rappresenta. La quadratura del cerchio non sarà facile.

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