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Russiagate: chi è Robert Mueller, l’inquirente che fa…

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consegnato il dossier sul presidente usa

Russiagate: chi è Robert Mueller, l’inquirente che fa paura a Trump

NEW YOR. L’uomo invisibile. Robert Swan Mueller III è diventato sinonimo della parola silenzio. Il consigliere speciale che ha condotto l’inchiesta sul Russiagate, appena conclusa con la consegna del rapporto al Dipartimento di Giustizia americano, in questi due anni di indagini non ha mai rilasciato dichiarazioni né tantomeno interviste. Mueller non parla. Ma è la seconda persona più famosa di Washington dopo il 45° presidente degli Stati Uniti. Time lo ha inserito al terzo posto nella lista dei personaggi più importanti dell’anno.

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A New York, così come nelle altre città americane, ogni giorno, da diversi mesi, il suo nome, come quello di un demiurgo capace di liberare dal male o di un crociato a cui sono affidate le sorti dell’impero, viene fuori in qualsiasi conversazione. A voler intendere la speranza che qualcosa accada: «Vedrai, ci penserà Mueller». «Non arriverà a fine anno, sono pronto a scommetterci». Lui, il super procuratore, continua a mantenere il voto del silenzio come una suora di clausura.

A Washington non frequenta i circoli che contano. Ha una ristrettissima cerchia di amici. Continua a vivere lontano dai riflettori, facendo le stesse cose di sempre con la moglie Ann e le due figlie Melissa e Cynthia, nella loro casa di Georgetown, vicino alla capitale: la cerimonia alla chiesa episcopaliana nel fine settimana in centro, il pranzo al ristorante italiano preferito, qualche partita a golf diventata rara negli ultimi tempi. Nient’altro. Con lui non ci sono indiscrezioni. Semplicemente l’uomo più temuto dalla Casa Bianca non esiste. Nell’era dei media in real time è un’entità presente ma astratta. Sta alla larga da telecamere e microfoni. Né frequenta i social network, dove non esistono suoi profili. L’unica sua vera dichiarazione pubblica risale al giorno in cui ha accettato l’incarico di Special Counsel per il Russiagate, il 17 maggio 2017. Poche parole: «Accetto questa responsabilità e cercherò di portarla avanti al massimo delle mie possibilità».

Un approccio completamente diverso da Ken Starr, il consigliere speciale che per 5 anni cercò di scavare sugli investimenti immobiliari dei Clinton prima, e poi nella presidenza di Bill Clinton dopo lo scandalo di Monica Lewinsky. Starr parlava spesso con i giornalisti per tentare di convincere gli americani sulla bontà delle sue indagini.

Bob Mueller invece è il silenzio fatto persona. Un uomo profondamente legato alle istituzioni che non cerca il consenso, ma vuole essere giudicato dalle azioni. Per questa ragione è diventato un simbolo bipartisan e spaventa i sostenitori del presidente. William Barr, il nuovo responsabile della giustizia americana scelto da Trump, che ha lavorato con Mueller al Dipartimento di Giustizia negli anni Novanta, ha assicurato davanti alla Commissione del Senato chiamata a confermare la sua nomina che rispetterà l’indipendenza del consigliere speciale. Ha raccontato che quando si parlava di Mueller come potenziale candidato per guidare l’inchiesta, ha pensato che sarebbe stato la persona giusta per la sua integrità.
Figlio di un manager della DuPont, Mueller non si è mai seduto sugli allori per le sue origini. È partito volontario per il Vietnam ed è tornato a casa con decorazioni al valor militare. «È un marine, vive con un codice d’onore», ha detto di lui John Kerry, segretario di Stato di Barack Obama, che è stato compagno di college di Mueller a St. Paul e, come lui, ha combattuto in Vietnam. Dopo la carriera militare Mueller ha studiato legge all’Università della Virginia, a Charlottesville. Subito dopo la laurea ha lavorato come avvocato al Dipartimento di Giustizia dove ricordano ancora la sua inchiesta sull’attentato al volo Pan Am 103 del 1988, nella quale persero la vita 259 persone, che portò alle accuse verso un agente dei servizi segreti libici. Nel 1995 Mueller è diventato procuratore federale nel District of Columbia: stanco di seguire i pezzi grossi, per un po’ si è occupato di omicidi.

Nel 2001 George W. Bush lo sceglie come direttore dell’Fbi. Incarico che comincia una settimana prima dell’attentato dell’11/9 e che mantiene durante il successivo tumultuoso periodo, con l’agenzia sotto accusa per non aver previsto l’attacco. Tra i colleghi è conosciuto per la sua diligenza, l’attaccamento alle istituzioni, il senso del dovere, la distanza dai politici e soprattutto per la sua riservatezza. L’uomo invisibile è un personaggio al di sopra delle parti. Amato dai repubblicani prima che dai democratici. E il fatto che il suo report sul Russiagate sia ritenuto così importante dipende solo ed esclusivamente da un fatto: che in fondo all’ultima pagina ci sia apposta la sua firma.

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