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Russiagate, Mueller non trova prove di una cospirazione di Trump con il…

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il presidente “esulta” su twitter

Russiagate, Mueller non trova prove di una cospirazione di Trump con il Cremlino

NEW YORK - Il dipartimento Giustizia americano ha dichiarato domenica 24 marzo che le indagini del procuratore speciale Robert Mueller non hanno trovato prove di una«cospirazione» dello staff di Trump con la Russia per influenzare le elezioni del 2016. Tuttavia, ha specificato il procuratore generale William Barr, questo «non esonera» il presidente dall’accusa di ostruzionismo sul normale corso della giustizia. Il reato, se confermato, può portare alla procedura di impeachment, ma la decisione nel caso dovrà essere presa dal Congresso. Insomma un’assoluzione a metà da parte di Mueller, secondo la lettera di quattro pagine sul Rapporto che il ministro della giustizia William Barr ha appena inviato ai rappresentanti della Congresso e alla Casa bianca. La portavoce di Trump, Sarah Sanders, festeggia: «E' una totale assoluzione». Soddisfatti anche i legali del presidente: «E' meglio di quanto mi aspettassi», dice Rudy Giuliani. Per i democratici, che chiedono a gran voce l'intero Rapporto Mueller per vederci chiaro, è una doccia fredda. La battaglia ora si sposta al Congresso.

America divisa in due: quello che voleva Putin
Il Rapporto Mueller è il più grande pericolo della presidenza Trump. Dei primi due anni e dello spicchio che resta. Un fantasma che aleggia da mesi nelle stanze della Casa Bianca. Per la fama bipartisan e l'attaccamento alle istituzioni del super procuratore che venerdì pomeriggio, dopo 22 mesi di indagini, centinaia di interrogatori e migliaia e migliaia di pagine di documenti raccolti, ha presentato le conclusioni del suo Rapporto sul Russiagate al Dipartimento alla giustizia. Gli americani, come è per la politica del paese, in questa prima domenica di primavera hanno aspettato, a dire il vero senza ansia, di sapere che cosa c'è scritto in quelle pagine nella medesima situazione polarizzata: secondo un sondaggio di UsaToday in collaborazione con la Suffolk University il 50% degli americani ritiene che l'indagine di Mueller sia davvero una gigantesca “caccia alle streghe”, come propaganda da mesi Trump, vestendo i panni della vittima. La verità è che gli americani perdonano molti peccati a questo presidente, le sue intemperanze verbali, il suo essere costantemente sopra le righe, il silenzio pagato alle escort pornostar, il muro e le famiglie degli immigrati divisi e anche il gioco sporco che ci può essere stato con i russi, perché le cose nel paese vanno bene. A partire, soprattutto, dal lavoro che c'è per tutti, dai soldi che girano, le tasse che si pagano meno, e l'economia che continua a trainare il primo paese del mondo al grido di America First.

La “caccia alle streghe”
Donald Trump fino alla vigilia della presentazione del rapporto, venerdì scorso prima di partire per la Florida dalla Casa Bianca parlando con i giornalisti ha cercato di screditare Mueller e la sua inchiesta. Negli ultimi mesi su Twitter ha definito 183 volte “caccia alle streghe” l'inchiesta di Mueller, e 71 volte si è difeso dalle accuse di collusione e ostruzionismo (“No collusion”) sempre con i tweet, reati da impeachment negli Stati Uniti, secondo quanto riporta il “Trump Twitter Archive”. Senza contare le molte altre volte – migliaia - in cui ne ha parlato con gli stessi termini in discorsi, interviste e dichiarazioni pubbliche. Insomma la partita sul Rapporto Mueller per gli americani al momento è al 50 e 50. Bisognerà vedere, se una volta conosciuti i contenuti del tanto atteso documento, ora la percezione dell'opionione pubblica cambierà.

Il silenzio di Trump
Sabato in un insolito silenzio, Trump dalla sua residenza in Florida di Mar-a-Lago non ha parlato né twittato alcunché. Ha ascoltato, per una volta, le prudenti indicazioni del consigliere legale Pat Cipollone che lo ha accompagnato in Florida e che, con Rudy Giuliani, guida il team di 40 legali messo in piedi – occupano un piano intero del grattacielo di fronte al Fmi, a poche centinaia di metri dalla Casa Bianca – per difendere il presidente (contro i 17 legali che componevano il team di Mueller). Così Trump ha lasciato da parte i tasti dei suoi smartphone e ha giocato per due giorni a golf con Lindsey Graham, Trey Gowdy e Mick Mulvaney.
Venerdì quando ha ricevuto la notizia della consegna del Rapporto Mueller era al telefono con Angela Merkel, appena atterrato nel suo golf resort presidenziale diventato la Casa Bianca d'inverno. Per allontanarsi ogni volta che può dalle nebbie e gli intrighi della politica della capitale federale, dove è appena rientrato con ancora il sole della Florida negli occhi e le preoccupazioni per Mueller lasciate per qualche ora fuori dalla porta. Finalmente, dopo la diffusione del “bignamino” del Rapporto Mueller da parte del ministro Barr - ruoli istituzionali rispettati, come previsto dalla procedura - Trump ha potuto esultare su Twitter: «Nessuna collusione, nessuna ostruzione, completa e totale assoluzione».

Il Congresso chiede la pubblicazione completa
Il segretario alla Giustizia Barr si era impegnato a comunicare le sue prime conclusioni sul Rapporto Mueller ai due presidenti della Commissione giustizia di Camera e al team di Trump, che non ha avuto accesso al Rapporto. Il primo passo, più impegnativo, è stato fatto. Il ministro dovrà adesso decidere se metterci sopra la parola “Top secret” al fantomatico Rapporto Mueller – ne ha facoltà - o se pubblicarlo e, se sì, quanta parte delle migliaia di pagine e documenti. Nella lettera che ha inviato al Congresso per dare la notizia della consegna del Rapporto venerdì scorso, Barr ha scritto che “il suo impegno sarà quello di dare massima trasparenza” ai risultati dell'inchiesta.
All'inizio della settimana il Congresso ha votato una risoluzione per chiedere al Dipartimento di giustizia la pubblicazione integrale del Rapporto Mueller. La risoluzione è stata approvata da tutti i 240 deputati, compresi i repubblicani. Zero voti contrari. Nancy Pelosi e Chuck Schumer, i due leader dei democratici al Congresso, hanno ribadito la posizione e chiedono ancora di più ora di ricevere al più presto il documento integrale dell’inchiesta di Mueller.

Barr e il suo amico Mueller
Il nuovo responsabile della giustizia americana appena scelto da Trump ha lavorato con Mueller al Dipartimento di Giustizia negli anni Novanta, dove aveva già ricoperto la qualifica di ministro, un'era geologica fa con George Bush padre. I due si conoscono e si stimano. Davanti alla Commissione del Senato chiamata a confermare la sua nomina ha raccontato che quando si parlava di Mueller come potenziale candidato per guidare l'inchiesta, ha pensato che sarebbe stato la persona giusta.

Quello che si sa già del Rapporto Mueller
Quello che si sa del Rapporto per certo, è che Mueller non ha chiesto un prolungamento delle indagini. Non ci sarà un Rapporto Mueller 2. Non ha chiesto nuove incriminazioni. Ma questo non esclude che non possano partire dal Congresso o da qualche battagliero giudice americano. Tuttavia quello che Mueller doveva dire è scritto nel Rapporto di oltre 6mila pagine. Un rapporto che in questi mesi, prima ancora di essere reso noto, ha portato alla incriminazione di 34 persone, di cui 25 cittadini russi (12 agenti d'intelligence e 13 hacker), 3 società russe, e 5 persone vicine al presidente Trump già condannate in vari procedimenti collegati: il capo della campagna elettorale Paul Manafort, il suo vice Rick Gates, il consigliere nazionale Michael Flynn, l'ex avvocato personale Michael Cohen, il consulente elettorale George Papadopoulos.

Assange, Stone e le mail su Hillary
La sesta condanna potrebbe arrivare per Roger Stone amico di lunga data di Trump, anima nera della destra americana, già coinvolto nello scandalo Watergate ai tempi di Nixon, che a fine gennaio è stato arrestato (e poi rilasciato su cauzione), per i suoi contatti con Julian Assange sulla storia delle 30mila mail di Hillary Clinton trafugate dai server del comitato elettorale democratico, dove si sospettano ci sia stato un giro di soldi dall'entourage del candidato in cambio dei file. Accusa partita da un filone dell'inchiesta di Mueller (una settantina di pagine del rapporto sarebbero dedicate a questo capitolo). Nel Rapporto si parla di oltre 100 contatti durante la campagna elettorale tra Trump o suoi collaboratori con esponenti legati al governo russo, WikiLeaks e loro intermediari. Altro capitolo è quello dell'ostruzionismo all'inchiesta russa, dai primi mesi della presidenza Trump che portò – come dichiarò lui stesso a un'intervista televisiva su Nbc – al siluramento dell'allora capo del Fbi James Comey, nel gennaio 2017 e poi dell’ex ministro alla Giustizia Jeff Sessions, silurato da Trump per gli stessi motivi . Capitolo su cui ora si apre la battaglia politica in parlamento.

Eroe di guerra e simbolo bipartisan
Robert Swan Mueller III, 74 anni, in quasi due anni di inchiesta non ha mai parlato. Ma è la seconda persona più famosa di Washington dopo il 45esimo presidente degli Stati Uniti. E per questo spaventa i sostenitori più accesi del presidente. Bob Mueller «è un marine, vive con un codice d'onore», ha detto di lui John Kerry, segretario di Stato di Barack Obama, che è stato compagno di college di Mueller a St Paul e, come lui, ha combattuto in Vietnam. Figlio di un manager della DuPont, ma non si è mai seduto sugli allori per le sue origini alto borghesi, è partito volontario per il Vietnam ed è tornato a casa con decorazioni al valor militare.

L'ex direttore delle Fbi che piace ai repubblicani
Nel 2001 George W. Bush lo sceglie come direttore del Fbi. Incarico che comincia una settimana prima dell'attentato dell'11/9. E che mantiene durante il successivo tumultuoso periodo, con l'agenzia sotto accusa per non aver previsto l'attacco terroristico, e anche con la presidenza Obama. Tra i suoi colleghi è conosciuto per la diligenza, l'attaccamento al lavoro, il senso del dovere, la distanza dai politici e soprattutto per la sua riservatezza. E’ un personaggio al di sopra delle parti. Simbolo dell'attaccamento alle istituzioni americane. Più amato dai repubblicani che dai democratici, almeno prima dell'incarico dell’inchiesta sul Russiagate.

Il peso sulle prossime elezioni
Le conclusioni del Report Mueller, quali esse siano, non sono la fine dei problemi legali di Trump. Piuttosto rappresentano un nuovo inizio: daranno impulso a nuove investigazioni da parte del Congresso oltre a offrire linfa alla dozzina di procedimenti giudiziari in corso tra Los Angeles., Washington e New York, su Trump, la sua famiglia, le dichiarazioni dei redditi per le tasse non pagate, i flussi finanziari poco chiari della sua fondazione (chiusa nel frattempo). La battaglia comincia ora. A meno di clamorose rivelazioni, non sarà facile far passare un procedimento di impeachment al Senato, dove i democratici non hanno i voti. Tuttavia gran parte degli analisti politici concorda su un fatto: il Rapporto Mueller impatterà sulla campagna elettorale per le prossime presidenziali 2020, già iniziate.

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