Mondo

Riforma del copyright, su cosa si vota davvero a Strasburgo e perché…

  • Abbonati
  • Accedi
Servizio |La direttiva in plenaria

Riforma del copyright, su cosa si vota davvero a Strasburgo e perché c’è tensione

Comunque vada, ci siamo. Il Parlamento europeo, riunito in plenaria a Strasburgo, si prepara al voto finale sulla cosiddetta riforma del copyright: una proposta di direttiva per disciplinare su scala Ue il diritto d’autore, garantendo misure adatte di remunerazione della proprietà intellettuale nell’era di colossi del web come Google, Facebook o YouTube. La riforma fa la sua utlima tappa in aula dopo l’intesa raggiunta il 13 febbraio dal cosiddetto trilogo (come si chiamano, in gergo, i negoziati interistuzionali fra Parlamento e Consiglio Ue, con la Commissione nella veste di facilitatore) e l’approvazione della commissione giuridica del Parlamento alla fine dello stesso mese.

GUARDA IL VIDEO. Copyright, appello per la riforma di Mogol e Morricone

Cosa accade in caso di approvazione
In caso di via libera basterà l’assenso del Consiglio europeo. In caso di sconfitta la riforma dovrà slittare alla legislatura che si insedierà dopo l’appuntamento, ormai imminente, delle Europee 26 maggio. Il testo è stato formulato dalla Commissione europea nel 2016, con l’ambizione di diventare una delle architravi del cosiddetto digital single market: il mercato unico digitale, uno spazio economico comune che riproduca l’assenza di barriere raggiunto in quello fisico. Da allora sono passati tre anni e un numero imprecisato di emendamenti che hanno scatenato una guerra furibonda di lobbying fra le due fazioni che si fronteggeranno fino al verdetto dell’Eurocamera. Da un lato ci sono sostenitori, rappresentati principalmente dalle associazioni del mondo dell’editoria, discografia, cinema e arte, favorevoli a un impianto che ne aumenterebbe il potere negoziale in vista di accordi ad hoc con i grossi gruppi del Web. Dall’altro un inedito fronte fra i colossi tech e gli attivisti per la libertà del Web, anche se ovviamente le motivazioni dei primi (difesa del proprio modello di business) non hanno nulla a che spartire con quelle dei secondi (timore di meccanismi di censura o comunque limitazione della diffusione di contenuti).

Cosa dice esattamente la direttiva
La proposta di direttiva della Commissione (0593/2016) si proponeva di aggiornare una regolamentazione sul copyright ferma a un testo del 2001, adeguando i paletti legislativi di allora a un mercato cambiato in profondità dai tempi pionieristici del primo e-commerce (uno dei riferimenti del testo di 18 anni fa era eBay) e di un Web diversissimo da quello di oggi. L’obiettivo, arrivato intonso fino al testo al voto il 26 marzo, è quello di salvaguardare «un elevato livello di protezione del diritto d’autore e dei diritti connessi», adattando le norme sul diritto d’autore a un mercato monopolizzato da colossi internazionali che fatturano sull’uso – gratuito – di contenuti prodotti da terzi. Come? In sostanza, le piattaforme che monetizzano sull’intermediazione di opere altrui, come appunto Google o Youtube, devono «responsabilizzarsi» e assicurare la stipula di licenze con i legittimi proprietari dei diritti o la rimozione dei contenuti protetti da copyright. A garantire l’una e l’altra condizione sono i due articoli più controversi del testo.

Cioè l’11 e il 13?
Sì, anche se nella versione emendata dal Parlamento l’articolo 11 è diventato l’articolo 15 e l’articolo 13 è diventato l’articolo 17. Le due misure hanno raggiunto la notorietà perché introducono, rispettivamente, una «link tax» (tassa sui link) e un upload filter (un filtro sul caricamento dei contenuti). Nel testo che viene votato il 26 marzo non c’è traccia né del primo né del secondo. L’articolo 15 (ex articolo 11) stabilisce che gli Stati membri debbano provvedere perché «gli autori delle opere incluse in una pubblicazione di carattere giornalistico ricevano una quota adeguata dei proventi percepiti dagli editori per l’utilizzo delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico da parte dei prestatori di servizi della società dell’informazione». In altre parole gli autori di un contenuto editoriale veicolato dalle piattaforme online (per esempio Google News) devono essere remunerati dai propri editori, a propria volta pagato per i contenuti concessi agli aggregatori digitali. Come? La finalità della direttiva dovrebbe essere quella di incentivare la stipula di accordi, quindi è probabile che una maggiore garanzia di retribuzioni passi – sulla carta – per accordi bilaterali fra editori e aziende digitali. L’articolo 17 (ex articolo 13) sancisce invece che «un prestatore di servizi di condivisione di contenuti online (formula burocratica per dire piattaforme online, ndr) deve pertanto ottenere un’autorizzazione dai titolari dei diritti», sempre attraverso una licenza. Se un contenuto protetto da copyright viene caricato senza licenza, le piattaforme si accollano la responsabilità della violazione, a meno che non si possano aggrappare ad alcune eccezioni: per esempio «aver compiuto i massimi sforzi per ottenere un’autorizzazione» o comunque «aver agito tempestivamente» per disabilitare l’accesso agli utenti indisciplinati o impedirne l’attività in futuro. La norma si dovrebbe rivolgere solo alle aziende di grossa dimensione, visto che lo stesso articolo esclude o limita per esempio le responsabilità di società con fatturato inferiore ai 10 milioni o meno di tre anni di attività alle spalle.

Chi è a favore, chi è contro e perché
Come abbiamo accennato sopra, la riforma ha creato più o meno due blocchi. Le associazioni di categoria, per esempio nell’editoria e nella discografia, sono favorevoli perché vedono nella riforma uno strumento per aumentare il proprio potere negoziale rispetto a giganti accusati di monetizzare il lavoro altrui. La Federazione italiana editori giornali (Fieg) e la Fimi, federazione delle major discografiche, per citarne due, hanno fatto campagna in favore della riforma, in difesa della «equa remunerazione» degli autori di contenuti che rimbalzano su motori di ricerca, social network e piattaforme video. Stesso dicasi per collecting come Siae. I colossi del tech sono sfavorevoli perché la nuova legislazione, sia pure in forma ben più blanda rispetto alle origini, fissa diversi obblighi in più rispetto al proprio ruolo di «intermediatori», oltre a imporre licenze e costi annessi. Di tutt’altro tono le motivazioni dell’altra anima del no, quella che va dai militanti per il web libero ad alcune componenti politiche dell’Europarlamento (collocate soprattutto al di fuori del «trigopolio» fra Popolari, Socialdemocratici e Liberali). In questo caso la battaglia è contro misure accusate di inibire la diffsione libera dei contenuti digitali, oltre a prestarsi a diversi equivoci interpretativi. Una petizione online su Change.org, intitolata «Save the internet», ha raggiunto mentre scriviamo questo servizio oltre cinque milioni di adesioni. Di sicuro la temperatura dello scontro si è alzata, anche rispetto agli eccessi che si sono registrati su altri dossier caldi di fine legislatura. La polizia tedesca sta indagando su una minaccia di pacco bomba recapitata ad Axel Voss, l’eurodeputato della Cdu tedesca che ha fatto da relatore al testo. Nelle precedenti sessioni di voto, alcuni parlamentari favorevoli al testo dichiarano di aver ricevuto intimidazioni anche fisiche.

E Wikipedia?
Wikipedia ha deciso di aderire alla protesta, oscurando le sue pagine alla vigilia del voto. Di per sé l’enciclopedia digitale è esclusa dalle nuove norme, che si concentrerebbero esclusivamente sulle società a fini di lucro. Nonostante questo, si legge nell’annuncio che copre l’homepage tradizionale, l’intenzione è di manifestare solidarietà al cosiddetto ecosistema del Web. «Il nostro progetto è parte dell’ecosistema di internet», si legge. «Gli articoli 11 e 13 indebolirebbero il web, e indebolirebbero Wikipedia».

© Riproduzione riservata