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Giappone: la nuova era Reiwa tra armonia e dubbi subliminali

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sol levante

Giappone: la nuova era Reiwa tra armonia e dubbi subliminali

(Reuters)
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Un uomo di 59 anni da oggi sa con quale nome – non scelto da lui né dai genitori – passerà alla storia: è il principe ereditario giapponese Naruhito, che diventerà imperatore il 1 maggio, giorno successivo all'abdicazione del padre Akihito. Il governo del premier Shinzo Abe ha annunciato la denominazione della nuova era entrante del calendario giapponese – “Reiwa” - che sarà associata al regno di Naruhito, il quale dopo la morte sarà ricordato come “Imperatore Reiwa”, così come suo padre diventerà “Imperatore Heisei” e suo nonno è citato non più come Hirohito ma come “Imperatore Showa”.

Secondo il calendario giapponese (di origini cinesi), in epoca moderna le ere (“gengo”) coincidono con l'intero periodo di un mandato imperiale (solo prima della Restaurazione Meiji a un singolo imperatore potevano corrispondere più ere). L'annuncio ha tenuto la nazione con il fiato sospeso. È stato la mattina del 1 aprile che il capo di Gabinetto Yoshihide Suga ha svelato il segreto di Stato, ossia la decisione presa dall'esecutivo (secondo indiscrezioni, tra sei diverse proposte di parole, composte come consuetudine di due ideogrammi), dopo aver consultato una commissione di esperti. Alle ere Meiji (1869-1912: “regno illuminato”), Taisho (1912-1926: “grande giustizia”), Showa (1926-1989: “pace illuminata”), ed Heisei (1989-2019: “conseguimento della pace”), succederà dunque dal primo maggio l'era “Reiwa”.

La rivelazione è stata fatta per la prima volta con un mese di anticipo, sia per dar tempo a computer e altri business di adeguarsi sia perché, per la prima volta da oltre 200 anni, l'attuale imperatore abdicherà, per sua volontà approvata dal governo che ne ha deciso la tempistica (altrimenti la denominazione epocale sarebbe stata scelta e annunciata in fretta il giorno stesso del suo decesso).

Il bello è che, nel contesto della tipica ambiguità della lingua giapponese, il significato di “Reiwa” non è chiarissimo, non è univoco. Va aggiunto che, per la prima volta, l'espressione - con i due ideogrammi “Rei” e “Wa” - viene tratta da un passaggio dell'antica letteratura giapponese – il Manyoshu, risalente a 1.300 anni fa – e non direttamente dai classici cinesi: su questo punto le indiscrezioni della vigilia sono state confermate. E' anche la prima volta che, nell'identificare un'era, viene usato l'ideogramma “Rei”, mentre “Wa” è stato utilizzato molte volte, compreso in “Showa”: indica un concetto pregnante di armonia, di pace, e per estensione lo stesso Giappone e tutto quanto specifico della cultura nipponica (anche in parole composte: ad esempio, la cucina giapponese è washoku, quella dell'Occidente – yo – è yoshoku).

Secondo quanto suggerito in una conferenza stampa dallo stesso Abe, “Reiwa” rinvia a un'unione del sentimento del popolo in una bellezza di buon auspicio per sviluppare la civiltà: il passaggio poetico da cui la denominazione è tratta si riferisce alla contemplazione dei fiori di prugno appena sbocciati, simbolo di una transizione positiva dopo i rigori dell'inverno. Inoltre Abe ha citato il fatto che la raccolta di poesie del Manyoshu non è espressione delle sole classi aristocratiche, ma dell'intero popolo. Nell'immediato, non è stata fornita alcuna traduzione “ufficiale” in inglese, che dovrebbe assomigliare a qualcosa come “calma beneaugurante”. Ad ogni modo, non è azzardato pensare che ben corrisponda ai desiderata di un premier “nazionalista” come Shinzo Abe un messaggio che sottolinei l'unità del popolo giapponese di fronte alle sfide del prossimo futuro, con chiaro riferimento a valori tradizionali e a una necessaria armonia.

Nel novero dei più critici oppositori del premier si è però fatta strada una ulteriore interpretazione, al di là del fatto che appaia deliberata l'interruzione della tradizione di trarre dai classici cinesi l'espressione delle epoche. Tra i principali significati dell'ideogramma “Rei” non c'è solo un rimando alla bellezza o al buon auspicio, ma anche ai concetti di “ordine”, “comando”, “decreto”. In origine, il pittogramma sta a indicare un uomo inginocchiato sotto il simbolo di una autorità suprema di carattere religioso: una sottomissione, quindi, da cui nasce per il “kanji” il significato di comando. Ordine attraverso l'armonia, o armonia attraverso l'ordine? Richiamo a non disturbare l'armonia e a seguire le indicazioni del potere? Qui siamo nel campo del subliminale e ognuno può pensare quel che vuole.

Sarebbe peraltro assurdo enfatizzare che i nomi delle ere possano fissare lo spirito del tempo: basti pensare che la prima parte dell'epoca Showa non fu certo di pace illuminata, ma semmai di corsa al militarismo e alla catastrofe bellica. Formalmente, la distanza è molta tra una antica poesia della contemplazione della natura e una lettura tutta politica di antichissimi ideogrammi. Che restano comunque di origine cinese, anche se ripresi e elaborati a Nara agli albori di una nuova e singolarissima civiltà.

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