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Brexit, l’estenuante maratona della Camera dei comuni

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Servizio |verso il 12 aprile

Brexit, l’estenuante maratona della Camera dei comuni

Vista da lontano è un’arena di galli e galline ciechi sordi e mutui alle ragioni degli altri; vista da vicina, spogliata dunque del fascino eccentrico garantito dalla liturgia parlamentare britannica, è anche molto peggio. La Camera dei Comuni sta offrendo un’estenuante maratona di inconcludenti votazioni per dare una forma alla Brexit. Alla deadline del 12 aprile mancano una manciata di ore, ma gli scambi fra “right honourable friends”, come l’ipocrisia della forma impone di appellarsi a Westminster anche fra avversari, non sanno produrre altro che “no”. Nessuna proposta passa, tutte finiscono nel cestino per i veti incrociati prodotti da un tatticismo estremo.

Dalla più celebrata democrazia del mondo moderno speravamo di poterci attendere una performance adeguata, nonostante lo scontro sia su un tema epocale come il rapporto con l’Europa, nonostante la spaccatura verticale del Paese e quella, ancor più inquietante, su base nazionale con inglesi e gallesi contro scozzesi e nordirlandesi.
La paralisi di Westminster è uno show penoso, arrivando a compimento di un iter durato quasi tre anni, epitaffio – almeno allìapparenza - della democrazia rappresentativa. In realtà, e senza nessuna scusante, lo spettacolo in diretta sulla Bbc è il prodotto ultimo delle colpe di Theresa May e di un sistema che evoca il passato per rispondere alle domande del futuro.

È stata la signora premier a imporre una lettura estrema del risultato referendario. A una votazione con valore solo consultivo, passata con numeri stretti (52 a 48), prodotto di una campagna di scientifica disinformazione è stato dato un valore estremo. Per Theresa May il debole no all’Ue andava interpretato come no al mercato interno e all’unione doganale senza alcun riguardo per le sensibilità di metà della popolazione e della maggioranza di scozzesi e nordirlandesi. La Brexit ultrà, nella versione della signora premier , andava portata a termine senza considerazione alcuna per il Parlamento chiamato a farsi notaio della volontà imposta dall’esecutivo. La battaglia di una donna coraggiosa come Gina Miller che si è appellata con successo alla Corte Suprema, di un deputato illuminato come Dominc Grieve determinato a ridare a Westminster un ruolo proattivo, ed elezioni finite molto diversamente da quanto Theresa May sperasse, hanno dirottato la corsa di un’auto lanciata verso l’abisso.

Londra s’è fermata davvero sul ciglio ed ora, anche nelle mani del Parlamento, resta in bilico. Se Westminster fosse stata chiamata fin dall’inizio a svolgere il suo ruolo, probabilmente non assisteremmo ora alle scene da basso impero che la paralisi della Camera offre di sé stessa. Ad impedirlo è stata - abbiamo detto – la strategia di Theresa May, mossa solo dall’urgenza di tenere il partito conservatore unito, mai dal bene del Paese. Una strategia spregiudicata abbastanza per mettere in crisi I principi secolari della democrazia parlamentare più ammirata sul pianeta. Il referendum consultivo è divenuto un dogma intoccabile da opporre alla determinazione delle Camere. Democrazia diretta – sconosciuta oltre la Manica – contro democrazia rappresentativa, dunque, con l’effetto ultimo di screditare Westminster. Se tutto ciò non fosse accaduto, crediamo che oggi ai Comuni lo spettacolo sarebbe assai meno deprimente.

Se queste sono le colpe imperdonabili della signora premier, quelle del sistema britannico nel suo insieme – parlamento compreso - sono nella volontà di cercare risposte al mondo complesso di oggi con gli strumenti di ieri. L’adesione all’Unione europea non si può ridurre allo scontro tribale tra forze politiche ideologicamente lontane. La faglia di eurofili ed eurofobi attraversa laburisti e conservatori seppure con profondità diverse, per questo l’esito di un referendum consultivo – ovvero un suggerimento non un ordine – andava gestito, fin dall’inizio, secondo logiche trasversali, abbattendo gli ostacoli della contrapposizione politica tradizionale. Ora sembra che si vada in quella direzione. Tutti, con l’eccezione forse dei saggi LibDem, hanno applicato invece il lessico che vede le forze politiche opporsi l’una all’altra nell’arena di Westminster. Ridurre il destino europeo della Gran Bretagna a scontro di puro potere riduce la politica alla controfigura di sé stessa.

Per questo, crediamo, dopo la Brexit a cambiare non sarà solo la relazione fra Londra e Bruxelles ma l’intero assetto costituzionale del Regno di Elisabetta.

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