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L’occupazione Usa recupera slancio, ma torna l’allarme sui salari deboli

NEW YORK - L’occupazione americana ritrova slancio in marzo dopo la gelata-shock di febbraio: imprese e pubblica amministrazione hanno creato 196.000 posti di lavoro il mese scorso, mantenendo il tasso di disoccupazione a livelli vicini ai minimi storici, il 3,8 per cento. Ma i salari, se hanno ancora guadagnato terreno, hanno frenato il passo suggerendo comunque una moderazione delle prospettive dell’economia: i compensi orari - uno dei talloni d'Achille di un'espansione longeva e tuttora caratterizzata da profonde disparità, eccessi di impieghi a scarsa paga e sicurezza, mismatch di qualifiche - sono lievitati nettamente meno del mese precedente: dello 0,1%, pari a 4 centesimi, anzichè dello 0,4%, pari a dieci centesimi. Su base annuale sono saliti del 3,2%, deludendo ogni pronostico.

I dati sui posti di lavoro hanno invece superato le attese: gli analisti prevedevano alla vigilia 175.000 nuovi impieghi. Revisioni al rialzo hanno graziato anche le statistiche dei mesi precedenti, aggiungendo in tutto 14.000 impieghi. In febbraio l'occupazione - complici dubbi sulla tenuta dell'economia globale e americana, le tensioni sui mercati finanziari e i conflitti commerciali - ha comunque fermato la creazione di buste paga a sole 33.000 unità.

L'espansione americana ha a questo punto creato nuovo lavoro per 102 mesi consecutivi, un record. L'outlook, tuttavia, resta per quest'anno caratterizzato da un rallentamento, anche se la speranza, nutrita dai dati odierni, è che questo possa essere graduale. Nei primi tre mesi la media mensile dei nuovi occupati è scesa a 180.000 nuovi posti rispetto ai 223.000 dell'anno scorso.

In marzo a trainare il riscatto delle assunzioni - 182.000 avvenute in tutto nel settore privato - sono state la sanità e l’ospitalità. Positive anche costruzioni (+16.000) e il comparto minerario, che avevano denunciato in precedenza declini. Il pubblico impiego ha generato 14.000 buste paga.

Di segno negativo, e quindi altro sintomo di affaticamento della ripresa, al contrario, il lavoro in altri comparti strategici: il manifatturiero ha ceduto seimila impieghi, il primo declino da metà 2017, e in ritirata sono risultati anche il retail e il lavoro interinale. È scesa inoltre la partecipazione alla forza lavoro, cioè chi ha o cerca attivamente lavoro: è passata al 63% dal 63,2% e rimane sotto le soglie pre-grande crisi del 2008.

Nell’insieme l’economia americana dovrebbe aver rallentato il passo di marcia del Pil forse attorno al 2% nel primo trimestre del 2019 dal circa 3% raggiunto l'anno scorso. Un rallentamento che ha consigliato alla Federal Reserve di sposare una nuova strategia di pazienza in politica monetaria, vale a dire da gennaio di blocco di nuove strette sui tassi per quanto prudenti e di stop alla riduzione del suo portafoglio di asset, con l’obiettivo proprio di mantenere un atteggiamento di maggior sostegno alla crescita. Questo atteggiamento dovrebbe uscire confermato alla luce dei nuovi dati.

Meno chiaro è se la Fed potrà, in un futuro più o meno lontano, considerare un taglio dei tassi: il presidente Donald Trump di certo lo chiede a gran voce e subito, di ben mezzo punto percentuale. È impegnato in un crescendo di pressioni sulla Fed e non ha remore nell’attaccare il chairman Jerome Powell, colpevole di non essere abbastanza allineato con le sue preoccupazioni politiche (quelle di avere un'economia che viaggia a pieni giri mentre prepara la campagna per la rielezione nel 2020). Di recente ha annunciato la nomina di due personaggi assai controversi per il board della Banca centrale che nei suoi disegni, se si insedieranno, dovrebbero spingere per alterare gli equilibri interni e garantirgli maggior fedeltà: un economista radicale malvisto dagli stessi conservatori centristi, Stephen Moore, e un ex candidato presidenziale repubblicano, esponente dei Tea Party e re dei fast food, Herman Cain.

Il presidente della sede di New York della Banca centrale ha in queste ore risposto indirettamente a chi aggredisce la Fed, difendendo apertamente la politica monetaria seguita. «È nella posizione giusta - ha detto John Williams - I fondamentali economici indicano che una crescita più debole è prevedibile ma che non è un segno di disastri a venire».

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