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Altro che libera circolazione del lavoro: la Ue è a mobilità…

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Altro che libera circolazione del lavoro: la Ue è a mobilità ridotta

Una delle quattro “libertà fondamentali” dell’Unione europea è la libertà di circolazione dei cittadini, e le condizioni per favorire la mobilità interna ci sarebbero tutte: elevata densità demografica, ottime comunicazioni, alta urbanizzazione, vaste aree integrate e industrializzate, forti disuguaglianze economiche tra i vari Paesi. Peccato che secondo i dati Eurostat la mobilità intraeuropea di forza lavoro, frontalieri esclusi, nel 2017 sia stata pari a 1,1 milioni di persone, appena lo 0,5% del totale. All’interno degli Stati Uniti la mobilità è sei volte quella europea in termini percentuali. Per quali motivi il Vecchio Continente è così bloccato?

INCREMENTO DELLO STOCK DI MIGRANTI INTRAEUROPEI 2008-2017
Attivi di 20-64 anni. In percentuale (Fonte: Eurostat)


Vediamo innanzitutto i dati. Il grafico qui sopra mostra l’aumento annuale dei lavoratori attivi che si sono spostati da un Paese dell’Unione europea a un altro: la media dell’incremento è di circa il 4%, con un minimo dell’1% nell’anno più nero della crisi, il 2010. Si tratta comunque di numeri reali molto esigui, spiega il demografo Massimo Livi Bacci su Neodemos.info, e «va ricordato che alla crescita della migrazione intraeuropea hanno contribuito fortemente i Paesi dell’Est di recente accesso (in particolare Polonia, Romania e Bulgaria), economicamente assai svantaggiati rispetto al resto dell’Unione. Ma poiché il loro benessere (Polonia in testa) tende a convergere con quello del resto dell’Unione, e la loro demografia è debolissima, la spinta all’emigrazione è destinata ad esaurirsi». Inoltre l’uscita dall’Unione della Gran Bretagna - Paese che, dopo la Germania, è il maggiore polo di attrazione di migranti intraeuropei - costituirà un ulteriore freno alla mobilità del continente, sottolinea il demografo.

Ma perché questa lentezza nell’applicazione pratica della libera circolazione del lavoro? I motivi sono sostanzialmente due: burocrazia e barriere linguistiche. «Ci sono difficoltà e lungaggini per il riconoscimento dei titoli di studio o delle professionalità - spiega ancora Livi Bacci - barriere all'ingresso delle professioni, condizionalità imposte al riconoscimento della residenza, disparità per quanto riguarda il recepimento dei benefici del sistema di welfare, difficoltà circa la portabilità dei diritti pensionistici». Insomma, spostarsi da Roma a Berlino, o da Milano a Parigi, comporta maggiori difficoltà che non spostarsi tra Milano e Roma o tra Berlino e Francoforte, anche se l’Unione europea sta lavorando per migliorare a situazione.

Molto più dura da eliminare è invece la barriera linguistica. «Anche perché l’inglese, lingua veicolare mondiale – ammesso che tutti la pratichino con scioltezza e non è così – non può sostituirsi alle lingue locali», sottolinea Livi Bacci. Il demografo ricorda come in uno studio del 2015 sui lavoratori frontalieri dell’Europa centrale (Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Lussemburgo, Olanda, Polonia e Slovacchia), sia stata confrontata la mobilità frontaliera verso Paesi confinanti con lingua identica o molto simile, e la mobilità verso altri Paesi con lingua diversa. Come immaginabile è risultato che, al netto di fattori economici o di altra natura, la mobilità nel primo caso è nettamente più alta che nel secondo.

«In un libero mercato, la mobilità è un valore: permette alle persone di cogliere opportunità o allontanarsi da situazioni avverse; facilita l’incontro tra domanda e offerta di lavoro; asseconda l’utile scambio di esperienze e il trasferimento di conoscenze», riflette Livi Bacci. Ma all’interno dell’Europa la mobilità, pur crescendo, resta su livelli molto bassi: sono sorte limitazioni, formalmente temporanee, alla libera circolazione interna; la Gran Bretagna sta uscendo dalla Ue, anche per limitare l’immigrazione di altri Paesi europei; la pressione nazionalista minaccia di porre nuovi ostacoli agli spostamenti interni. «Insomma quella spinta allo sviluppo che dovrebbe sprigionarsi dal principio della libera circolazione rimane debole», conclude il demografo.

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