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diritto d’autore

Copyright, ok finale del Consiglio Ue (ma l’Italia gialloverde vota contro)

La riforma comunitaria della disciplina del copyright supera anche l’ultimo scoglio: dopo il Parlamento di Strasburgo, anche il Consiglio dell’Unione europea ha votato a favore della Direttiva Ue che impone ai giganti del web di remunerare chi produce contenuti da essi utilizzati. L’Italia del governo gialloverde ha votato contro, assieme a Polonia, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Svezia. Astenuti Belgio, Slovenia ed Estonia. Il prossimo passo sarà la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del testo della riforma, quindi gli stati membri dell’Ue avranno due anni di tempo per recepire la nuova disciplina.

GUARDA IL VIDEO. Ue, approvazione finale della riforma del copyright

Copyright, come ha votato il Consiglio Ue

Il testo è stato infatti formulato dalla Commissione europea nel 2016, con l'ambizione di diventare una delle architravi del cosiddetto digital single market: il mercato unico digitale, uno spazio economico comune che riproduca l'assenza di barriere raggiunto in quello fisico. Da allora sono passati tre anni e un numero imprecisato di emendamenti che hanno scatenato una guerra furibonda di lobbying fra le due fazioni che si fronteggeranno fino al verdetto positivo di oggi.

Cosa dice esattamente la direttiva
La direttiva della Commissione (0593/2016) si proponeva di aggiornare una regolamentazione sul copyright ferma a un testo del 2001, adeguando i paletti legislativi di allora a un mercato cambiato in profondità dai tempi pionieristici del primo e-commerce (uno dei riferimenti del testo di 18 anni fa era eBay) e di un Web diversissimo da quello di oggi. L'obiettivo è quello di salvaguardare «un elevato livello di protezione del diritto d'autore e dei diritti connessi», adattando le norme sul diritto d'autore a un mercato monopolizzato da colossi internazionali che fatturano sull'uso – gratuito – di contenuti prodotti da terzi. Come? In sostanza, le piattaforme che monetizzano sull'intermediazione di opere altrui, come appunto Google o Youtube, devono «responsabilizzarsi» e assicurare la stipula di licenze con i legittimi proprietari dei diritti o la rimozione dei contenuti protetti da copyright. A garantire l'una e l'altra condizione sono i due articoli più controversi del testo.

Cioè l’11 e il 13?
Sì, anche se nella versione emendata dal Parlamento l'articolo 11 è diventato l'articolo 15 e l'articolo 13 è diventato l'articolo 17. Le due misure hanno raggiunto la notorietà perché introducono, rispettivamente, una «link tax» (tassa sui link) e un upload filter (un filtro sul caricamento dei contenuti). Nel testo approvato non c'è traccia né del primo né del secondo. L'articolo 15 (ex articolo 11) stabilisce che gli Stati membri debbano provvedere perché «gli autori delle opere incluse in una pubblicazione di carattere giornalistico ricevano una quota adeguata dei proventi percepiti dagli editori per l'utilizzo delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico da parte dei prestatori di servizi della società dell'informazione». In altre parole gli autori di un contenuto editoriale veicolato dalle piattaforme online (per esempio Google News) devono essere remunerati dai propri editori, a propria volta pagato per i contenuti concessi agli aggregatori digitali.

Come? La finalità della direttiva dovrebbe essere quella di incentivare la stipula di accordi, quindi è probabile che una maggiore garanzia di retribuzioni passi – sulla carta – per accordi bilaterali fra editori e aziende digitali. L'articolo 17 (ex articolo 13) sancisce invece che «un prestatore di servizi di condivisione di contenuti online (formula burocratica per dire piattaforme online, ndr) deve pertanto ottenere un'autorizzazione dai titolari dei diritti», sempre attraverso una licenza. Se un contenuto protetto da copyright viene caricato senza licenza, le piattaforme si accollano la responsabilità della violazione, a meno che non si possano aggrappare ad alcune eccezioni: per esempio «aver compiuto i massimi sforzi per ottenere un'autorizzazione» o comunque «aver agito tempestivamente» per disabilitare l'accesso agli utenti indisciplinati o impedirne l'attività in futuro. La norma si dovrebbe rivolgere solo alle aziende di grossa dimensione, visto che lo stesso articolo esclude o limita per esempio le responsabilità di società con fatturato inferiore ai 10 milioni o meno di tre anni di attività alle spalle.

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