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Notre-Dame, il dilemma dei restauri tra autenticità o feticcio

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Commento|dopo l’incendio alla cattedrale di parigi

Notre-Dame, il dilemma dei restauri tra autenticità o feticcio

Ma l’architettura è davvero come l’Araba Fenice, l’uccello di fuoco pronto a rinascere intatto dalle sue ceneri? L’interrogativo è ricorrente ogni volta che una catastrofe si abbatte su un edificio che nel tempo ha assunto un ruolo simbolico ben al di là della verità storica. Ci sono infatti monumenti che nel tempo sono diventati incarnazione di un’identità percepita come universale, ma in realtà “invenzione” culturale relativamente recente: e purtuttavia talmente radicata e diffusa da indurci a crederla un’eredità secolare, giunta a noi intatta direttamente dalle viscere del passato .

Per fermarci a casi a noi vicini, il milanese Teatro La Scala è da tutti ritenuto conforme all’originaria paternità del Piermarini, mentre l’evidenza storica ci mostra come esso sia a tutti gli effetti un “feticcio”, che della mano del suo primo autore salva ben poco.

Su una scala diversa è il caso di Notre Dame a Parigi, pianta in diretta TV da giornalisti e storici come se si trattasse della reliquia di quella prima costruzione che nel 1163, sotto il regno di Luigi VII, venne consacrata alla presenza di papa Alessandro III. Vessillo della cristianità e della monarchia, culla dello spirito francese che si andava esprimendo nelle acrobazie del gotico, tempio di incoronazioni e messe solenni - ma anche di profanazioni laiche durante la Rivoluzione - e oggi emblema per eccellenza di quel turismo globale che cerca nei monumenti solo la verità assoluta di un’immagine trasformata in icona.

Eppure, basterebbe ricordarsi della infausta profezia formulata da Victor Hugo nel suo capolavoro “Notre Dame de Paris” (1831) con una prosa che sembra il commento alle tante scene di folla in onda su YouTube : «Il clamore era straziante - così descriveva l’immaginario incendio della cattedrale – e tutti gli occhi si erano alzati verso il sommo della chiesa. In cima alla galleria più elevata, più in alto del rosone centrale, c’era una grande fiamma che montava tra i due campanili, con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa di cui il vento a tratti portava via un limbo nel fumo».

Evocando il disastro, Hugo richiamava l’attenzione sul degrado della chiesa che evidentemente non era ancora considerata il cuore di Parigi. La sua prosa ebbe l’effetto sperato promuovendo un restauro di cui fu incaricato Viollet le Duc (con Antoine Lassus) già autore del “rifacimento” della Sainte-Chapelle. Sorgeva quel movimento romantico che auspicava il ritrovamento delle radici nazionali nei suoi antichi monumenti: ma si trattava in realtà di una ricostruzione in immagine, volta cioè a cancellare le stratificazioni e le alterazioni del passato per riportare l’orologio della storia a un tempo scaduto ma ritenuto eterno. Venne ricostruita così la flèche distrutta nel 1793 e oggi di nuovo caduta vittima del fuoco e rimpianta unanimamente come se fosse appena uscita dalle mani dei suoi originari artefici. Le Duc rimosse le scialbature delle pareti che avevano cancellato gli affreschi medievali e nuovi dipinti furono commissionati in stile gotico, insieme ai bassorilievi dei portali e alla galleria delle statue. L’immagine prevaleva sulla realtà e la cancellazione della storia produceva un sublime feticcio che tutti avrebbero creduto autentico.

La ragione politica prevaleva sulla più spuria realtà e l’ideologia culturale trionfava in un nuovo culto delle reliquie. Una risposta ricorrente anche in altri contesti e circostanze, dalle distruzioni di guerra – quando fu ricostruito il centro di Varsavia o il ponte di Castelvecchio a Verona - a quelle dell’uomo: come nei recenti casi del rogo de La Fenice a Venezia nel 1996 e della cupola della Sacra Sindone a Torino nel 1997, risorti rispettivamente nella ricostruzione in stile del 2018 e in quella difficilissima del 2003.

Ma il prototipo di quel restauro all’insegna del “com’era, dov’era” fu teorizzato a Venezia nel 1911 con il crollo del campanile di S. Marco, ricostruito da Luca Beltrami a furor di popolo, anche se con varianti che nessuno sembrò nemmeno percepire.

Giustamente le carte del restauro dal 1931 a oggi hanno sempre condannato il restauro d’invenzione, raccomandando di lasciare le tracce del passaggio del tempo in modo da non tradire l’autenticità del monumento. Ma tutte le raccomandazioni perdono forza davanti al sentimento dell’immediato, al desiderio di cancellare le cicatrici con un colpo di bisturi: ogni restauro come quello che attende Notre Dame avrebbe bisogno di una pausa di silenzio e di riflessione, che non si concilia con i tempi esagitati della politica odierna dei proclami. Certo, la tecnica può dare una mano: come nel caso della Sagrada Familia di Barcellona dove il laser velocizza il lavoro antico degli scalpellini. Ma siamo sicuri che abbiano ancora sempre solo bisogno di immagini? Un autentico bagno di realtà non ci farebbe capire forse i limiti di una tecnica che clona la storia per produrre effimeri miti?

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