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Russiagate, Trump era terrorizzato dall’inchiesta: «Sono…

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Russiagate, Trump era terrorizzato dall’inchiesta: «Sono fregato. È la fine della mia presidenza»

NEW YORK - Molti contatti con Mosca e numerosi sforzi per neutralizzare le indagini. Ma simili relazioni non bastano a dimostrare una cospirazione criminale. E non è stato possibile dimostrare che gli ostacoli posti sul cammino dell’inchiesta da Donald Trump ammontino a veri reati di ostruzione della giustizia da parte di una Casa Bianca che abbia compiuto abusi di potere.

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Il Dipartimento della Giustizia americano ha sollevato il sipario sul rapporto di Robert Mueller sul Russiagate, la campagna di disinformazione e manipolazione ideata dal Cremlino per influenzare le elezioni statunitensi del 2016 e il sospetto di un coordinamento con la campagna di Trump. E le 448 pagine del Rapporto preparato nel corso di due anni - ad eccezione di limitate censure in omaggio a sicurezza nazionale e a inchieste tuttora in corso da parte di molteplici procure federali - si è concluso con un’assoluzione a metà, legale piu’ che politica. Lasciando aperti interrogativi sul comportamento del Presidente che l’opposizione democratica al Congresso intende perseguire con ulteriori indagini parlamentari. Il Congresso ha già indicato di voler chiamare in maggio sia il Ministro della Giustizia William Barr che Mueller a testimoniare in aula. E su polemiche e ulteriori indagini si allunga l’ombra della prossima campagna elettorale, per Casa Bianca e Congresso, del 2020.

Al centro delle nuove rivelazioni contenuto nelle pagine del Rapporto - era già venuto alla luce che Mueller non aveva raccomandato nuove azioni legali, contro il Presidente o suoi stretti collaboratori - sono ben dieci episodi esaminati in profondità dagli inquirenti di Mueller e sospettati di potenziale ostruzione. Mueller conclude che «per preoccupazioni di giustizia» ha delegato una decisione su questo fronte passando la mano al Guardasigilli Barr, che ha nelle scorse settimane escluso di accusare il Presidente. Una delle ricostruzioni, attraverso testimonianze e deposizioni, mostra tuttavia la gravissima preoccupazione di Trump davanti al decollo dell’inchiesta sotto Mueller: lo vide lanciarsi in una diatribe carica di insulti e affermare di temere che fosse «la fine della mia presidenza»; «Sono fregato», avrebbe detto stando a appunti di altri funzionari del Ministero della Giustizia.

Barr ha anticipato la pubblicazione del lungo e atteso testo con una conferenza stampa nella quale ha difeso a spada tratta il Presidente. Ha affermato che la Casa Bianca ha pienamente collaborato, anche se Trump ha rifiutato di essere interrogato dalla squadra di Mueller. Ha spiegato i comportamenti controversi di Trump come l’esito di «frustrazione e rabbia per la sincera convinzione che le indagini minassero la sua presidenza». E ha ripetutamente affermato che la voluminosa indagine indica l’assenza di qualunque «collusione» tra Trump, la sua campagna e la Russia e i suoi servizi di intelligence responsabili di fomentare tensioni interne e dello hacking ai danni di e-mail del partito democratico e della campagna di Hillary Clinton e della loro diffusione soprattutto attraverso WikiLeaks. I legali personali di Trump hanno rincarato che l’intera inchiesta è stata «una truffa».

Il Rapporto tuttavia non esonera Trump, quando si tratta di potenziale ostruzione. «Riconosciamo che un’accusa penale contro un Presidente in carica porrebbe una pesante ipoteca sulla sua capacità di di governare e potenzialmente svuoterebbe processi costituzionali per affrontare la cattiva condotta presidenziali», si legge. «Se fossimo convinti, dopo una completa indagine, del fatto che il Presidente non ha chiaramente commesso ostruzione della giustizia, lo diremmo esplicitamente», continua tuttavia il rapporto. Ancora: «Le azioni e l’intento del Presidente pongono difficili questioni che ci impediscono di arrivare a una conclusione che non vi è stata alcuna condotta criminale». Allo stesso tempo in virtù della sua posizione come Presidente Trump aveva l’autorità per realizzare diverse delle sue discusse decisioni, quali i licenziamenti del direttore dell’Fbi James Comey, primo responsabile dell’inchiesta Russiagate.

I 22 mesi di indagini di Mueller hanno portato a 119 incriminazioni, condanne o ammissioni di colpa e a 34 individui e aziende finiti sotto accusa, tra cui ventisei cittadini russi considerati legati all’intelligence di Mosca.

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