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Trema WeWork, conti in perdita mettono in dubbio Ipo da 47 miliardi

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Dopo Uber e Lyft

Trema WeWork, conti in perdita mettono in dubbio Ipo da 47 miliardi

New York - L'ondata di scetticismo e preoccupazione per i nuovi grandi Ipo adesso lambisce WeWork. Il gigante del co-working ha oggi una distinzione sicura: quella d'essere la startup con la maggior valutazione, 47 miliardi di dollari, dopo che Uber si e' quotata. Ma minaccia presto di averne un'altra meno ambita: diventare la prossima Uber, cioe' tanto osannata prima della quotazione e poi costretta quantomeno a ridimensionare gli entusiasmi in Borsa. WeWork e' a sua volta impegnata in un processo di avvicinamento allo sbarco a Wall Street, avendo depositato la documentazione iniziale alla Sec gia' a fine dicembre scorso.

Gli analisti hanno storto il naso davanti all'ultimo bilancio riportato dal gruppo fondato a New York nel 2010 e da allora ampliatosi a livello internazionale con 930.000 metri quadrati di spazi per uffici in condivisione da adattare e affittare. Se non e' tenuta a dare pubblicamente i risultati finanziari, WeWork lo fa da quando e' sbarcata sul mercato obbligazionario e deve rendere comunque conto ai detentori dei suoi bond. Ieri ha sollevato il sipario su una forte crescita del fatturato, del 112% a 728 milioni di dollari nel primo trimestre dell'anno, per quasi la meta', il 46%, derivato dalle sedi estere. I membri paganti sono aumentati del 111% a 466.000 e il numero di immobili al mondo nel suo portafoglio e' piu' che raddoppiato a 485. I conti hanno pero' portato alla ribalta, allo stesso tempo, continue e ingenti perdite: sono leggermente diminuite dall'anno scorso, a 264 milioni, grazie a un guadagno straordinario da 367 milioni. E la societa' e' reduce, nell'intero 2018, da un giro d'affari raddoppiato a 1,8 miliardi e da un passivo piu' che raddoppiato a 1,9 miliardi.

I vertici di WeWork, a cominciare dal suo Ceo Adam Neumann, hanno rivendicato che l'azienda avrebbe un modello di business “diverso” da Uber, sottintendendo piu' salutare. Perche', hanno indicato, le perdite derivano da investimenti in attivita' che in realta' gia' generano utili. Sarebbero dunque da considerarsi temporanee; destinate a svanire una volta che le loro palazzine - i loro “centri” - siano pieni di clienti aziendali e professionali che pagano gli affitti.

Il leader del ride-hailing Uber e la sua rivale Lyft hanno tuttavia a loro volta riportato una forte crescita combinata a perdite collettive per ben 4,6 miliardi nell'ultimo anno. Una realta' che alla fine ha dato da pensare agi investitori: dopo grande speranze hanno visto le loro valutazioni punite da mercati divenuti improvvisamente piu' prudenti nei confronti di grandi aziende della new economy in rosso. Entrambe viaggiano ora nettamente al di sotto del prezzo dell'Initial public offering.

Ne' perdite e costi sembrano per il momento destinati a rientrare rapidamente a WeWork. Gli analisti di Sanford C. Bernstein hanno calcolato che WeWork potrebbe bruciare 9 miliardi di liquidita' tra quest'anno e il prossimo, con spese che finora continuano a raddoppiare di pari passo con il fatturato. Non convincono neppure i suoi sforzi di diversificazione dell'attivita': ha investito in una scuola privata e in una societa' di piscine a onda.

Tra gli investitori serpeggiano altre verita' scomode: WeWork ha conosciuto soltanto un periodo di espansione economica e di mercati finanziari in ascesa. L'azienda non ha mai dovuto fare i conti con rovesci o recessioni, quando gli uffici cioe' si svuotano e i loro prezzi cadono. Con le incertezze sul futuro della longeva ripresa americana e globale che aumentano, rimane da vedere come il suo modello di business sapra' resistere. WeWork dal trimestre appena concluso non rivela piu' il tasso di utilizzo dei suoi locali, che era sceso all'80% già nel quarto trimestre del 2018.

C'e' infine il capitolo della governance sospetta, a cominciare dalle pratiche del Ceo che vanta una quota di controllo nel gruppo. Neumann ha fatto sapere che cedera' a prezzo di costo una serie di proprieta' che possiede e fornisce in leasing a WeWork alla neonata divisione di investimenti immobiliari della societa' stessa, con l'obiettivo di eliminare il sospetto di conflitti di interessi.

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