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May come Thatcher, occhi lucidi prima di lasciare

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foto a confronto

May come Thatcher, occhi lucidi prima di lasciare

LONDRA - La foto è su tutti i giornali di oggi: uno zoom attraverso il finestrino dell’auto della premier sul volto di Theresa May, aria esausta e occhi lucidi. Il partito conservatore le è contro, anche i fedelissimi le consigliano di lasciare. Sa di avere pochi giorni, forse anche solo poche ore da leader del partito e del Paese.

L’immagine riporta al novembre 1990, alla foto di Margaret Thatcher in auto, subito dopo la resa finale e le dimissioni. La sua lunga carriera politica era finita. Il marito Denis accenna un sorriso forzato, ma la “lady di ferro” ha l’aria vulnerabile, si morde il labbro e ha gli occhi colmi di lacrime.

Le due premier non sono comparabili. Nel bene e nel male, in oltre 11 anni al potere la Thatcher ha trasformato la Gran Bretagna, lasciando un marchio indelebile sul partito, sul Paese, sull’economia e sulla politica. Tale era il suo status che la decisione dei notabili Tory di defenestrarla fu definita un “matricidio”.

La May, che guida il Paese da meno di tre anni, ha avuto un impatto sulla politica meno memorabile e sarà ricordata soprattutto, se non solo, per Brexit. La sua unica speranza era di passare alla storia come la leader che, nonostante le difficoltà, era riuscita a «rispettare la volontà popolare», come ha ripetuto più volte, e rendere Brexit realtà. Per questo ha resistito a critiche, umiliazioni e sconfitte, ma ora sembra che sarà costretta ad accettare l’inevitabile. Salvo imprevedibili svolte, dovrà lasciare senza avere compiuto la missione.

Sia nel caso della Thatcher che della May sono stati i colleghi di partito, non l’opposizione laburista o l’elettorato, a sancire la fine del loro regno. La politica è sempre brutale, ma il partito conservatore ha una meritata reputazione per non avere neanche un briciolo di pietà nell’eliminare leader che fino a poco prima sembravano intoccabili.

La Thatcher, leader del partito dal 1975 e premier dal 1979, dominava la politica britannica – e la politica europea - da oltre un decennio e sembrava intenzionata a continuare. Poi il suo potere si è sgretolato nel giro di poco tempo.

Nel giro di un anno una serie di eventi - prima le dimissioni del cancelliere Nigel Lawson nell'ottobre 1989, poi contrasti sulla politica europea, la débacle dell’impopolarissima poll tax, il brusco licenziamento di Geoffrey Howe da ministro degli Esteri – avevano eroso la sua autorità nel partito e danneggiato la sua immagine nel Paese.

Il colpo di grazia fu il pacato ma feroce discorso di Howe nel rassegnare le dimissioni dall’incarico inesistente di vice-premier nel quale era stato parcheggiato dopo il licenziamento. Le accuse di Howe furono credibili e affilate come coltelli, soprattutto quando criticò la posizione oltranzista e la «visione da incubo» della Thatcher verso l’Europa che, disse, «rischia di danneggiare in modo sempre più grave il futuro della nostra nazione».

Il giorno dopo, Michael Heseltine sfidò la premier candidandosi alla successione. Iniziarono settimane di complotti dietro le quinte, schieramenti interni al partito e rese dei conti a Westminster. Alla fine fu John Major, non Heseltine a essere scelto, ma la fine della prima donna primo ministro del Regno Unito era segnata. Tre settimane dopo furono i suoi ministri a dire a un'ancora incredula e combattiva Thatcher che non poteva più continuare.

Domani la May incontrerà i potenti notabili della 1922 Committee, l'anima del partito conservatore, che minacciano un voto di fiducia contro di lei. Potrebbe decidere di lasciare domani stesso, oppure dare le dimissioni lunedì, dopo l’annuncio del risultato delle elezioni europee che si tengono oggi in Gran Bretagna e che si prevede porteranno a un crollo del partito conservatore. In ogni caso la May ha ancora poca strada da percorrere anche se, come la Thatcher nel 1990, sembra tuttora non capacitarsi dell’imminente fine.

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