La scomparsa a 71 anni

Mondonico, l’allenatore che portò la classe operaia (del calcio) in paradiso

di Francesco Prisco


Mondonico: «Da piccolo dribblavo piante nel bosco e sognavo Serie A»

4' di lettura

Pragmatismo prima di tutto. Poi il «genio» che deve essere premiato sempre, anche quando si porta dietro la sua bella dose di sregolatezza. E quella caparbietà implacabile, quel «non è finita finché non è finita» che faceva di lui una specie di eroe romanzesco, quasi un Masaniello padano, la classe operaia che va in paradiso applicata al rettangolo di gioco.
Emiliano Mondonico era l’ala destra della Cremonese dalla testa calda che si fa espellere per stare fermo un turno e avere la possibilità di godersi il concerto dei Rolling Stones al Palalido. L’allenatore del Torino che, in finale di Coppa Uefa ad Amsterdam, solleva una sedia al cielo per protestare contro un arbitraggio a senso unico e un rigore solare negato a Cravero. Per tifosi ed estimatori era semplicemente «Mondo», diminutivo che custodiva dentro un’idea di profonda purezza («Omnia munda mundis», si diceva una volta) e assoluta diversità, perché «Mondo» era «un mondo a sé» rispetto a colleghi magari più illustri e blasonati. Cosa ben nota nei bar di Bergamo alta, come in Curva Maratona. Se n’è andato oggi all’età di 71 anni, dopo sette trascorsi a combattere contro il cancro, una «bestia» che ha sempre affrontato a viso aperto. Come amava far giocare le sue squadre.

Mondonico, una vita per il pallone

L’ala destra rock and roll
Nativo di Rivolta d’Adda, figlio del proprietario della trattoria in riva al fiume, arrivò al calcio come succedeva sempre ai ragazzi del Dopoguerra: in oratorio. Cresce nella Rivoltana, poi approda al professionismo con la Cremonese. Esordio in A con il Torino, poi Monza in B e di nuovo massima serie con l’Atalanta, per arrivare a chiudere la carriera a Cremona, là dov’era cominciata. Era l’idea platonica di ala destra, un piccolo George Best precipitato nella provincia lombarda: piedi raffinati, idee illuminanti ma attitudine rock and roll, non sempre in sintonia con le logiche del gioco più bello del mondo. Della serie: faccio la differenza quando voglio, però devo averne voglia.

Addio a Mondonico, l’allenatore rock and roll

Addio a Mondonico, l’allenatore rock and roll

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C’era una volta Atalanta-Malines
La differenza «Mondo» la farà eccome da allenatore. Bella favola, la sua. Si fa le ossa con la Cremonese, poi si piazza nono in A con il Como e, a partire dalla stagione ’87/’88, ha l’onore di guidare l’Atalanta di Stromberg che milita in B ma, da finalista 1987 di Coppa Italia contro il Napoli scudettato, ha il diritto di disputare la Coppa delle Coppe. È in questo preciso momento della storia che Mondonico scrive per la prima volta un pezzo di storia: i nerazzurri arriveranno in semifinale, abdicando soltanto di fronte ai belgi del Malines che quell’anno la Coppa delle Coppe la vincono. A Bergamo, con un 4-4-2 all’insegna del pragmatismo, «Mondo» apre un piccolo ciclo. In serie A sono gli anni del Napoli di Maradona, del Milan di Sacchi e dell’Inter dei record. L’Atalanta si piazza sesta nell’89 e settima nel ’90, senza avere in rosa Careca, Gullit o Matthaeus. Tanto di cappello al Mister.

L’Uefa sfiorata con il Torino
E così «sale» di panchina, va al Torino di patron Borsano, dove trova un giocatore che è un erede ideale del Mondonico giocatore: Gianluigi Lentini. Ci sono anche Mussi e Fusi in difesa, l’ex madridista Martin Vasquez e la promessa mancata dell’Inter Vincenzino Scifo a centrocampo, davanti il bomber di riserva del Brasile Casagrande, persino un giovanissimo Christian Vieri. E scusate se è poco. Quel Toro, nell’annata magica ’91/’92, arriva terzo in campionato e finalista di Coppa Uefa dietro l’Ajax, dopo aver eliminato nientemeno che il Real. Un anno più tardi ci scapperà pure la vittoria di una Coppa Italia.
Il suo cammino andrà avanti con i mandati bis, meno fortunati, a Bergamo e Torino, il ritorno in A della Fiorentina, squadra per cui faceva il tifo da bambino, le esperienze al Sud, tra Napoli e Cosenza, l’Albinoleffe nei primi anni Duemila realtà emergente di B a due passi da casa. Finale di carriera ad allenare i ragazzini di Rivolta, ex tossicodipendenti ed ex alcolisti, perché «Mondo», al contrario di tanti colleghi, sapeva benissimo cos’è il mondo là fuori.

Frank Zappa al Carnevale di Rio (con Edmundo)
Non ha vinto, ok, ma non è questo il punto. Per capire il «Mondo» che stava dietro quei baffi e quel pizzetto alla Frank Zappa, forse dovremmo rileggere il Leonard Cohen di Beautiful Losers. L’unica citazione che però ci sentiamo di fare in queste circostanze, è una sua citazione. Stagione 2000/2001, Mondonico eredita da Zeman la panchina di un Napoli disastrato e inesorabilmente avviato alla retrocessione. Nel mercato di riparazione arriva Edmundo, ’o Animal, ma è un’altra bestia rara, a proposito di gente che gioca solo se ha voglia. A poche settimane di permanenza sotto il Vesuvio, Edmundo fa sapere dell’intenzione di concedersi una parentesi in Brasile per festeggiare il Carnevale. Scandalo al sole: ma come? La squadra è in fondo e lui festeggia? In città non si parla d’altro. Mondonico getta acqua sul fuoco: «Se domenica Edmundo gioca, segna e vinciamo, ce lo accompagno io in Brasile per il Carnevale». Una battuta. Era così che spesso faceva la differenza.

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