editoriale lezione per l’italia

Moneta, Nobel per la Pace tra economia e realpolitik

di Andrea Goldstein

(FOTOGRAMMA)

3' di lettura

Rischia di passare inosservato, il centesimo della morte di Ernesto Teodoro Moneta, ma in questi tempi di contesa elettorale in cui si dovrebbe parlare di strategie di medio periodo sarebbe un peccato dimenticare l’unico italiano ad aver vinto il Premio Nobel della Pace (nel 1907). Quale può essere il contributo del nostro Paese alla pace e alla giustizia internazionale (come si chiamava la Società di cui Moneta fu promotore e fondatore nella Milano progressista e positivista nel tardo Ottocento)? La figura di Moneta è complessa e può finanche apparire controversa. Il Nobel lo ottenne per le sue posizioni pacifiste, assunte dopo aver combattuto durante le Cinque Giornate e vissuto il dramma delle guerre risorgimentali, e mantenute anche al cospetto della politica imperialista e militarista di Crispi a fine Ottocento.

Ma alla pace perpetua Moneta credeva poco, tanto da distanziarsi da Lev Tolstoj e dal suo pacifismo assoluto, animato da considerazioni religiose cui il Nostro era abbastanza scevro. In seguito, del resto, cambiò posizione, sostenendo sia la guerra di Libia del 1911, sia l’entrata in guerra nel 1915. Lo motivava lo spirito patriottico e irredentista, la convinzione che conquistando Tripolitania e Cirenaica si aprissero sbocchi per assorbire il boom demografico italiano, la persuasione che allargare la sfera d’influenza del giovane Regno unitario nel Mediterraneo potesse contribuire al mantenimento della pace europea in un’ottica di bilanciamento tra potenze.

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Un approccio realista alle relazioni internazionali, insomma, che appare tutt’ora il più idoneo per promuovere la convivenza tra Stati, soprattutto se accompagnato da uno sforzo il più largamente condiviso per identificare l’interesse nazionale prima di avvallare decisioni di politica estera. Lungi dalle credenze alimentate dalle fake news che circolano su Internet e trovano pure eco nelle dichiarazioni di certi politici, secondo cui viviamo in un mondo sempre più turbolento, guerre e conflitti inter-statali tendono a diminuire sia come numero, sia come intensità in termini di vittime. Tanto da indurre gli studiosi a sostenere che le società del passato erano molto più violente che le nazioni odierne. Continuare in questo senso, all’interno di un quadro di riferimento coscientemente europeo, appare molto più sensato che predicare vano pacifismo, oppure isolazionismo autolesionistico.

Moneta credeva anche nel virtuoso cumularsi dell’interazione tra il commercio e le attività industriali, da un lato, e solidi e imperituri legami tra popoli e Nazioni, dall’altro. Tanto che una delle azioni per cui più si adoperò fu favorire le soluzioni arbitramentali nelle vertenze internazionali – la modalità di risoluzione delle controversie che sta alla base del diritto degli investimenti internazionali e che è contemplata anche dal Wto per il commercio. Esempi molto distanti dal proposito di alcune forze politiche di combattere i trattati che l’Unione europea sta negoziando e che si propongono di migliorare il sistema arbitrale per meglio tutelare l’interesse europeo, e quindi anche italiano, in ciò che attiene diritti dei lavoratori, diritti sociali, salvaguardia dell’ambiente.

Altra dimostrazione che il pacifismo di Moneta non era certo assoluto risiede nel suo impegno a favore dei popoli oppressi e per convincere l’opinione pubblica della necessità di accorrere a difesa di armeni e macedoni minacciati dalla politica ottomana di oppressione e genocidio. Come non pensare alla Responsibility to protect che nel 2005 è stata inserita tra i princìpi fondamentali dell’ordine internazionale? Da citare infine la sua convinzione che sia fondamentale diffondere idee ed educare sentimenti umanitari per favorire l’affratellamento dei popoli. In tempi in cui circolano rumours di appetiti francesi sulle nostre risorse economiche, va citato Moneta secondo cui «nella gallofobia predominano sentimenti ignobili e vili».

Duole constatare che il messaggio contemporaneamente universale (perseguire la pace come fine ultimo) e italiano (difendere l’interesse della Patria nella comunità delle Nazioni) di Moneta non traspaia dalle piattaforme elettorali. Pur con qualche meritevole eccezione, prevalgono versioni dell’interesse nazionale forse addirittura più ingenue che pericolose, che astraggono dalla realtà delle relazioni interstatali e della globalizzazione contemporanea, dagli impegni che l’Italia ha assunto a livello internazionale, dal riconoscere che gli Stati, come del resto gli esseri umani, agiscono avendo orizzonti di lungo periodo, interagiscono ripetutamente nello spazio e nel tempo e hanno pertanto interesse a coltivare fiducia e rispetto reciproci. Quasi che nessuno abbia trovato il tempo per leggere nella sua integrità l’articolo 11 della Costituzione, che afferma sì che «l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ma riconosce anche «in condizioni di parità con gli altri Stati, [le] limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Speriamo che i nostri sovranisti e non-interventisti di diversa foggia siano coscienti che le organizzazioni internazionali servono innanzitutto a proteggere i più vulnerabili (come l’Italia) in un sistema in cui altrimenti prevarrebbe la legge del più forte, anche ovviamente in ambiti economici

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