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Monetine e tassa sulla bontà: il rapporto difficile tra Chiesa e M5S

di Carlo Marroni


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(AFP)

3' di lettura

Il Papa l’ha vista quattro giorni fa. Virginia Raggi è stata ricevuta giovedì scorso nel palazzo Apostolico per l’incontro tradizionale di inizio anno tra il vescovo di Roma e il suo sindaco. Breve colloquio, incentrato pare sulla tutela dei poveri (lo stesso è avvenuto poco dopo con Nicola Zingaretti, presidente della Regione). Ha quindi stonato, e parecchio, la decisione dell’amministrazione capitolina di non versare più alla Caritas diocesana il milione mezzo annuo di euro dalle monete gettate dai turisti nella Fontana di Trevi. Decisione poi rivista dopo il clamore suscitato e le proteste del mondo cattolico, che sul territorio romano muove per la solidarietà ben 5mila volontari e 300 operatori su 51 strutture tra mense, ostelli e ricoveri, ambulatori e case famiglia, più i 145 centri di ascolto parrocchiali.

Le proteste e i dietro front di governo e comune di Roma
Un incidente? Forse. Ma una cosa ormai appare chiara: tra il Movimento Cinque Stelle, che esprime la sindaca, e la Chiesa, i rapporti sono sempre più problematici. Si è visto sotto la manovra, quando il governo ha messo la cosiddetta “tassa sulla bontà”, che aggravava l’Ires sul no profit, andando quindi a colpire anche tutte le strutture e le organizzazioni senza scopo di lucro legate al mondo cattolico e che operano in prima linea sul fronte dei migranti e delle povertà urbane. Anche in quel caso si è alzato un gran clamore – condiviso da larghe fasce dell’opinione pubblica - e anche in quel caso è stata fatta retromarcia. Se con la Lega i rapporti delle gerarchie sono storicamente tesi, viste le posizioni sui migranti agli antipodi – e lo si è visto di nuovo con il decreto sicurezza voluto dal ministro Matteo Salvini, che ha riportato le gerarchie sulla scena politica dopo l’assenza dai dibattitti su vita e famiglia imposta da Francesco – con i pentastellati le cose all’inizio sembravano andare diversamente, nonostante le sparate di Grillo sulla tassazione degli immobili ecclesiastici (questione che via via sbuca dal frullatore propagandistico grillino, assieme a quella della tassa sui rifiuti, come nelle ultime ore). Un anno e mezzo fa ci furono addirittura dei segnali di attenzione, e molte istanze del movimento venivano viste come in linea con quelle di parte del mondo cattolico organizzato: a coglierle fu Avvenire, che intervistò Beppe Grillo, e studiosi dei fenomeni sociali come l’economista Leonardo Becchetti. Ma, oggettivamente, fu fatta molta fatica a trovare esponenti a vario livello dei grillini che provenissero dal quel retroterra culturale: l’unico fu Alessandro Di Battista, che si era dichiarato cattolico praticante, ma poi la questione si è presto persa per strada. All’indomani delle elezioni diverse ricerche avevano rivelato che tra i cattolici praticanti in molti avevano votato M5S, per motivi diversi.

Le prese di distanza dopo il voto e il contratto di governo
Tra i primi ad accorgersene fu il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi, che su questa tendenza colse un’assenza di cultura popolare e “pensiero lungo” proprio tra i cattolici, che possono contare su una tradizione avviata giusto cento anni fa da don Sturzo con l’appello ai “liberi e forti” (era il 18 gennaio 1919). Nei giorni della nascita del governo Conte – che è cattolico e anche lui di recente ha incontrato il Papa - fu l’arcivescovo di Campobasso, Giancarlo Bregantini – noto per le sue passate battaglie antimafia quando era in Calabria – a parlare chiaro: il M5S è incompatibile con i valori cattolici, riferendosi in particolare all’assenza di un politica per la famiglia nel contratto di governo. Quindi la vicenda delle monetine della Fontana di Trevi, ultimo episodio in ordine di tempo, è la punta emersa di un rapporto erratico e in definitiva mai decollato, ma che nella sostanza elettorale non ha effetti percepibili: da tempo nessuno (o quasi) più vota secondo l’indicazione del parroco e tantomeno del vescovo.

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