L’intervista

«Monitorare gli appalti per evitare le infiltrazioni delle cosche mafiose»

Giuseppe Marciante. Vescovo della Diocesi di Cefalù

di Nino Amadore

Il vescovo. Monsignor Giuseppe Marciante, catanese, guida la Diocesi di Cefalù di cui fanno parte 25 comuni

4' di lettura

Iniziative per sostenere le imprese dei giovani, un monitoraggio puntuale sugli appalti per evitare infiltrazioni mafiose, una gestione più trasparente dei beni confiscati alla mafia, una sorta di piano d’azione per lo sviluppo che si muova sulle direttrici delle risorse già presenti sulle Madonie. Sta tutto qui in sintesi il senso delle parole di monsignor Giuseppe Marciante, catanese, vescovo
della Diocesi di Cefalù.

Partiamo da quello che è stato definito l’anatema contro i piromani. Una situazione che si ripete ogni anno. Cosa fare?
Individuare i piromani non è sempre facile. Assieme alle forze dell’ordine stiamo promuovendo l'uso di un’app per registrare i movimenti sospetto nelle zone più interessate dagli incendi. Abbiamo già fatto degli incontri con i sindaci del territorio e, al contempo, stiamo pensando a degli incontri diocesani con le forze dell’ordine per sensibilizzare la cittadinanza su una vigilanza attenta del fenomeno. Chi può avere interesse a creare un incendio? È molto difficile da capire. A me viene un sospetto, è solo un sospetto: il fuoco, gli incendi possono procurare denaro per cui credo che lo Stato debba fornirsi di mezzi propri per spegnere gli incendi senza doversi rivolgere ai privati, perché l’interesse del privato è che vi siano incendi perché ci guadagna. E poi la mala gestione dei forestali stagionali.

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Sembra che sulle Madonie vi sia apparente ricchezza.
Lei che dice?

Bisogna distinguere tra la zona costiera e le zone interne. Nella prima si arricchisce soprattutto chi ha attività di tipo turistico; nella seconda chi ha in mano la produzione agricola e gli allevamenti con la produzione di latticini e carne. Non credo però si possa parlare di tanta ricchezza se non apparente. So che le parrocchie delle aree interne, anche se molto frequentate, sono povere perché non possono contare su molte offerte.

Negli ultimi vent’anni 11mila persone hanno lasciato l’area e solo i paesi della costa hanno recuperato abitanti. I giovani se ne vanno e non vogliono tornare. Perché?
Io ho due osservatori di riferimento. Il primo è la parrocchia San Romano Martire a Roma accanto all'università La Sapienza in cui sono stato parroco: giovani del Sud che, dopo essersi laureati, rimangono a Roma perché offre più possibilità di futuro. Nella diocesi di Cefalù, sia nelle aree interne, ma anche in quelle costiere, ho incontrato i nostri giovani emigrare con la differenza che anni addietro partivano con la valigia di cartone oggi col tablet: sono persone ben attrezzate culturalmente perché abbiamo investito su di loro. Ma questo investimento
lo regaliamo al Nord.

Il problema è dare prospettive di futuro dando la possibilità di lavoro. Mi sembra purtroppo che non vi siano politiche del lavoro concrete per trattenere i giovani. Il lavoro oggi bisogna inventarlo: sarebbe necessaria una scuola per giovani imprenditori e fare in modo di sviluppare una politica industriale su misura dei giovani e del nostro territorio. Ci vuole creatività. Tante volte si amministra l’ordinario, ma qui non basta: bisogna andare a creare nuove realtà. Le nostre aree interne sono ricche di natura e cultura. Se ad esse aggiungiamo le nuove tecnologie, si potrebbe ottenere un volano per nuovi di posti di lavoro per i giovani, specialmente in questo periodo in cui si parla di transizione ecologica e le nostre zone sono particolarmente adatte.

Secondo queste tre direttive chi poi pianifica gli investimenti deve immaginare progetti che siano coerenti. Se ciò non avviene …
Nelle zone dove si è sviluppata una cultura del lavoro e una cultura della cooperazione c'è un freno all’emigrazione. Sono convinto che laddove si creino possibilità i ragazzi restano. Le Madonie possiedono molte ricchezze naturali e culturali, con monumenti straordinari come la nostra Cattedrale. Abbiamo creato in pochi anni circa 40 posti di lavoro grazie a una fondazione e a una cooperativa che si occupa dei beni della nostra diocesi. Se questo circuito si allargherà, potrà creare altre possibilità di lavoro.

Questo territorio per anni è stato ostaggio della mafia che ora sembra sparita: non ci sono segnali apparenti. Qual è la sua riflessione?
È chiaro che qui siamo un po' distanti da Palermo, anche se San Mauro di Castelverde è stata sede di un mandamento mafioso: diciamo che gli ambiti in cui la mafia può ancora attecchire qui sono solo gli appalti e gli investimenti per il riciclaggio di denaro sporco: quindi bisogna vigilare. In questo territorio vi sono parecchi beni confiscati alla mafia: un patrimonio enorme che potrebbe dare lavoro a tanti ragazzi, cooperative e associazioni. Un’operazione ben riuscita è stata quella di Verbumcaudo.

Ma a volte sembra vi siano difficoltà. Le risulta?
Stiamo cercando di capire come funziona l’ingranaggio del censimento e dell'affidamento dei beni: a volte non è molto chiaro come vengono gestiti i beni. È stato creato un consorzio, ma i beni non confluiscono nel consorzio e quindi non si capisce cosa debba gestire. Sarebbe opportuno creare un organismo in cui la gestione sia limpida anche perché in alcuni comuni la gestione dell’assegnazione non sempre è corretta: ci sono i beni confiscati dove ancora risiedono “aderenze” a persone cui il bene è stato confiscato. I comuni dovrebbero essere più attenti. La Diocesi ha ottenuto un bene dal Comune di Campofelice di Roccella per creare un nuovo centro parrocchiale intitolato ai beati Pino Puglisi e Rosario Livatino. Un centro che si occuperà in modo particolare dell’educazione dei giovani alla legalità. E questo è bello.

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