Mobilità insostenibile

Monopattini alla deriva tra aule di Tar e marciapiedi

Perché usare questo mezzo è legale ma non ancora sicuro: tutte le cause di un percorso che ancora non si concretizza

di Maurizio Caprino

Monopattino, le 10 cose da fare e le 10 da evitare

3' di lettura

E sono tre. Non sembra, ma questa è la terza estate in cui l’uso su strade pubbliche dei monopattini e degli altri micromezzi elettrici per la mobilità sostenibile è legale. Legale ma non sicuro. Senza contare che alcune norme sono anche finite al Tar. Partiamo dalla sicurezza mancata. Di chi è la colpa se non si è provveduto in questi anni? Ragionando come ai tavoli ufficiali in cui politici e tecnici discutono, decidono e diffondono comunicati stampa, diremmo che è colpa di norme ancora incomplete e non ancora severe a sufficienza. Se invece pensassimo a ciò che vediamo ogni giorno nelle nostre città, diremmo che è colpa di noi tutti.

Sì, perché la vicenda dei monopattini elettrici (e dei meno diffusi segway, monoruota e hoverboard) è un paradigma dell’Italia. C’è qualcosa che desta allarme sociale? Ecco una norma con nuovi vincoli e/o sanzioni più dure. Ma pochi la applicano (anche perché non di rado è inapplicabile) o comunque si rivela inutile.

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Trent’anni fa, ad esempio, chi contava stabilì che, per dissuadere i bulli da cavalcavia dal lanciare pietre contro i veicoli in transito, occorresse «dare un segnale». E segnale fu: sui sovrappassi spuntarono improbabili cartelli di divieto di fermata, con la zelante precisazione «anche per pedoni». Ma il fenomeno fu ridimensionato solo grazie a più sorveglianza e meno titoloni sui media (limitando l’effetto emulazione).

La rincorsa delle regole

Con la micromobilità elettrica, nella sostanza, non è andata molto diversamente. Per un lustro si sono venduti monopattini e simili senza dire alla gente che, stando al Codice della strada, erano utilizzabili solo nel giardino di casa (per chi ce l’ha). Eppure, marciapiedi, Ztl e carreggiate iniziarono a riempirsi di questi mezzi. A Milano, quelli in sharing erano persino autorizzati dal Comune. Poi, a fine 2018, si decise che si doveva legalizzarli con norme sperimentali, arrivate il 4 giugno 2019 a firma del ministro Danilo Toninelli. Giusto il tempo di arrivare a fine anno e furono necessarie modifiche, seguite da altre nella primavera 2020.

Incidenti facili

Risultato? Tralasciando i dubbi applicativi degli esperti, è come se nulla fosse accaduto: monopattinisti di ogni età che viaggiano in due, contromano, a zig zag o a velocità da sballo. Incuranti dei pedoni, degli altri veicoli e delle leggi della fisica. Che insegnano che dal monopattino è facile cadere: ruote piccole e baricentro alto sono un cocktail che fa perdere in un attimo il controllo del mezzo. E le norme? Ci vorrebbe un esercito di vigili di ferrea volontà sguinzagliati dappertutto. Fanno quasi tenerezza gli operatori di sharing che riassumono sulla loro app tutte le regole e regalano corse gratis a chi risponde a quiz su esse.

Dunque, di fatto le norme servono a poco. Ma è solo sulle norme che si lavora, creando un avvitamento su cui - è un classico italiano - vengono chiamati a intervenire i Tribunali amministrativi. A Firenze il Comune ha imposto l’obbligo di casco, beccandosi un ricorso al Tar basato sul fatto che occorresse un atto firmato da un dirigente e non una delibera politica. A Genova ha firmato un dirigente, ma potrebbe partire un ricorso perché di queste cose dovrebbe occuparsi il Codice della strada.

Intanto ci sono parlamentari che presentano disegni di legge. E il ministero delle Mobilità sostenibili - nelle mani di Enrico Giovannini - sta cercando una sintesi; forse la troverà fra qualche settimana.

Ma all’estero come fanno? A volte ci è scappato anche il morto. Ma in genere nei Paesi avanzati c’è più civiltà: nel Nord Europa da 15 anni ci sono strade dove pedoni e veicoli convivono mescolandosi senza regole né troppi problemi. Questione di mentalità.

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