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Monopattini elettrici, decreto in vigore dal 27 luglio: cosa cambia

Dove sarà davvero possibile guidare monopattini elettrici e simili

di Maurizio Caprino


Hoverboard, segway, monopattini e monowheel: ecco le nuove regole per usarli in città

4' di lettura

La possibilità di usare legalmente in aree pubbliche monopattini elettrici, segway, hoverboard e monowheel sembra ormai dietro l’angolo. Perché il decreto del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, che fissa le regole per circolare è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiaale venerdì 12 luglio ed entrerà in vigore sabato 27 luglio. Ma questa è solo la data a partire dalla quale i Comuni potranno mettere in regola questi mezzi che, nonostante siano sempre più diffusi, a tutt’oggi restano utilizzabili esclusivamente in aree private.

GUARDA IL VIDEO. Le nuove regole sui monopattini elettrici

Iter da completare
L’iter è partito alla fine dell’anno scorso, quando la legge di Bilancio (legge 145/2018, articolo 1, comma 102) ha introdotto la possibilità di usare questi mezzi anche in aree pubbliche, finora vietata dal Codice della strada (che non tiene in considerazione il fatto che questi microveicoli esistono, neanche nel caso del segway che ormai ha vent’anni). Ma non si è trattato di un vero e proprio via libera: la legge parla solo di una sperimentazione, secondo le modalità stabilite da un Dm Infrastrutture, la cui bozza è stata anticipata anche dal Sole 24 Ore.

Dunque, il fatto che il Dm di Toninelli, protocollato con il numero 229 del 4 giugno scorso, sia stato anche pubblicato indica solo che è scattato in conteggio dei 15 giorni previsti per la sua entrata in vigore.

Senonché l’entrata in vigore del decreto non garantisce ancora che si possa scendere in strada e circolare: ciò sarà consentito esclusivamente in alcuni ambiti urbani: aree pedonali, percorsi pedonali e ciclabili, piste ciclabili, corsie riservate e zone 30. E nemmeno in tutte le infrastrutture di questi tipi, ma solo in quelle che saranno individuate dai Comuni. L’individuazione non basta ancora: la procedura si chiuderà con l’apposizione della segnaletica apposita dove la circolazione dei micromezzi elettrici sarà effettivamente consentita. Dunque, l’unica cosa determinante per sapere dove si può circolare è la presenza dei segnali: dove essi non ci saranno, circolare sarà ancora vietato come lo è tuttora.

Dunque, non esiste una vera data a partire dalla quale la micromobilità elettrica sarà legalizzata in tutta Italia: la legalizzazione avverrà alla spicciolata, tratto per tratto, man mano che vi compariranno i segnali.

Inoltre, i Comuni dovranno «avviare una campagna di informazione...in corrispondenza di infrastrutture di trasporto, ricadenti nel proprio centro abitato, destinate alla scambio modale quali porti, aeroporti, stazioni ferroviarie, autostazioni».

La tempistica reale
Probabilmente alcuni Comuni bruceranno i tempi: sono interessati ad alleggerire il traffico e, nel caso di Milano, anche a mettere in regola i servizi di sharing che si sono presi la responsabilità di attivare lo scorso inverno con alcuni partner (Helbiz e Telepass), scavalcando il Codice della strada prima ancora che la legge di Bilancio venisse approvata.

Probabilmente è per questo che ora un altro operatore, Dott, nell’accogliere positivamente la firma del decreto attuativo, si era detto pronto ad attivare i propri servizi già da giugno «per il mercato milanese e quello di altre città italiane».

Anche in altre città, tra cui Torino e Rimini, le amministrazioni comunali si sono dette favorevoli ad avviare la sperimentazione e non si sono lasciate scoraggiare dalla prima notizia di un incidente mortale con un monopattino elettrico, arrivata a fine giugno da Parigi.

Ma in molte altre città non sarà facile individuare aree dove autorizzare la sperimentazione: c’è da fare i conti con un’urbanistica spesso complicata (centri storici, palazzi costruiti abusivamente nel dopoguerra eccetera) e prendersi la responsabilità di eventuali incidenti, la cui probabilità aumenterà man mano che i micromezzi elettrici si diffonderanno.

Non a caso il Dm afferma che sta ai Comuni valutare che le infrastrutture scelte abbiano caratteristiche «adeguate». In queste condizioni, si può ipotizzare che non saranno pochi i Comuni ad avere poca volontà di legalizzare la micromobilità elettrica. Qui il via libera potrebbe richiedere molti mesi o addirittura non avvenire mai.

In ogni caso, le autorizzazioni alla sperimentazione potranno essere rilasciate solo entro un anno dall’entrata in vigore del Dm e il periodo sperimentale dovrà concludersi entro 24 mesi da quando i test sono stati autorizzati. Solo dopo si saprà se le regole attuali saranno confermate o se ci sarà una liberalizzazione maggiore o minore. Teoricamente, i micromezzi elettrici potrebbero anche tornare fuorilegge, anche se ciò appare molto improbabile dati la loro utilità e gli interessi economici in gioco. La durata minima della sperimentazione in ogni singolo Comune dovrà essere di un anno.

L’utilità effettiva
Leggendo il Dm, si nota in più punti l’attenzione del ministero a sgombrare il campo da un equivoco di fondo sulla micromobilità elettrica: in Italia non va intesa come una soluzione a tutto campo, ma solo come un modo per completare le altre forme di mobilità.

In altri termini, scordiamoci di poter uscire di casa su un micromezzo elettrico e arrivare in ogni punto della città. Infatti, le zone consentite (aree pedonali, piste ciclabili, zone 30 e simili) sono generalmente una piccola porzione del territorio urbano. Questo in teoria. È prevedibile che nella pratica accada quello che si vede da almeno dieci anni con le bici, che vengono usate largamente anche sui marciapiedi. In modo tanto illegale quanto impunito. Se anche le forze dell’ordine avessero voglia di garantire la sicurezza, dovrebbero superare un ostacolo non da poco: l’identificazione dei trasgressori, visto che per guidare questi mezzi non è obbligatorio avere alcun documento.

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