Monsieur Conte alla Scala, portaci via con te
Peccato che non esista, in Italia, una tradizione, nobile e molto pregnante, come quella giapponese del «Ningen Kokuhō», cioè il «tesoro nazionale vivente».
di Stefano Salis
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Peccato che non esista, in Italia, una tradizione, nobile e molto pregnante, come quella giapponese del «Ningen Kokuhō», cioè il «tesoro nazionale vivente». È un titolo concesso a certi maestri di arti manuali o performative, che so, dalla ceramica al teatro, per due ragioni. Si rende noto urbis et orbis, da una parte, il rischio che le loro capacità, le loro tecniche, le loro abilità artistiche vadano perse (e debbano, perciò, essere conosciute, preservate e custodite come un tesoro di tutti, appunto) e, dall’altra, si rimarca la loro inconfondibile eccezionalità che si staglia, in un panorama talora anche affollato di altri autori, come una pratica del tutto differente: simile, sì, ma non comparabile.
Peccato: perché Paolo Conte (le chic et le charme di 86 anni splendidamente compiuti e portati) sarebbe degno di un cotale titolo da decenni. E, del resto, nelle altre nazioni se ne sono accorti da tempo, dalla Francia all’Olanda, dal Canada alla Svizzera, dal Manzanarre al Reno, Monsieur Conte è considerato un santo protettore della canzone nella sua forma più alta di incarnazione mondana. E de hoc satis. Qualsiasi altra “giustificazione” che potrei, e non voglio, portare (la bellezza dei versi che, restando canzone e non letteratura – gli accademici di Svezia e il loro amicuccio Bob ci facessero il piacere – sono inimitabili, le musiche e gli arrangiamenti che costituiscono, con palmare evidenza, una antologia di capolavori, o l’eleganza dei gesti, gli sbuffi, il pot-pot-pot, le pernacchie al kazoo, e la tradizione, e il suo superamento, e la sua unicità), insomma, non farebbe che intaccare la assoluta legittimità di un concerto di Paolo Conte alla Scala. Al contrario – non ce ne voglia Piero Maranghi, pure di rito contiano ma scaligero di ferro, che ha molto peccato in parole (sul «Foglio», innescando repliche, compresa ieri quella di Antonio Calabrò su questo giornale) per eccesso d’amore: Paolo Conte alla Scala (stasera, data unica, tutto esaurito), onora la Scala; e non viceversa. Perché se un’istituzione musicale si riconosce dalle sue scelte, dalla sua programmazione, dal suo “essere viva” nella cultura, un evento come quello di stasera è sì un’apertura, ma anche una certificazione: che la qualità e la bellezza si devono, e le si sanno riconoscere, comunque si manifestino. E poi son sicuro, sebbene incompetente in materia, che esista la spazzatura anche nella musica cosiddetta “classica” (e che non sempre, fosse solo per statistica, la Scala l’avrà evitata) – in quella contemporanea non ne parliamo proprio: perciò meglio l’icona, pardon il tesoro nazionale vivente di Conte oggi (anzi, se proprio dobbiamo dire qualcosa su questo concerto-invito, è che è arrivato troppo tardi nella parabola artistica dell’avvocato) che un’altra sbiadita fotocopia “classiccheggiante”. Ma poi perché privare il pubblico della Scala della sublime arte contiana che non toglie ma aggiunge – fascino dell’uomo compreso – esperienza e ricchezza anche al classicista più sfegatato? Per Conte, che si è esibito al cospetto dell’antichità, in anfiteatri di pietra dove spiravano i sacri numi di latini e greci, è la chiusura di un cerchio: il suo mito personale, nato con una vittoria in trasferta al Théâtre de la Ville di Parigi (erano gli anni 80) e poi consolidato all’Olympia e dovunque, culmina, e tutto ammanta, stasera.
Mi rendo conto di non aver parlato della sua musica, della scaletta (pensata appositamente), della band (un ensemble di undici fidatissimi): del concerto in sé, insomma. Non c’è bisogno, e lo sapete: un classico è un classico è un classico. Paolo Conte, con la sua faccia un po’ così e tutte le sue invenzioni, diavolirossi, mocambi, impermeabili, ladro di stelle e di jazz che non è altro, son 50 anni che non è mai stato di moda, medaglia d’estremo valore; e, anzi, ha costituito il rifugio estetico, morale ed esistenziale di chi voleva, e sapeva, che anche la musica “leggera” poteva porsi fuori dal tempo (che, come è noto, «passa sotto ai sofà / Nemico numero uno / Degli aspirapolvere di tutta la città. / È la che lui tiene la sua accademia / Sotto lo sguardo vitreo / Dei bicchieri di Boemia»). Per una di quelle congiunzioni astrali che raramente accadono, l’allineamento dei pianeti ha voluto che oggi si celebrino dunque le nozze mistiche tra Conte e la Scala: e ascoltiamo allora il suggerimento Dal loggione: «Viva la musica che ti va /Fin dentro all’anima». Chi avrà la fortuna, stasera di ascoltarlo in Teatro, e poi magari nella documentazione che seguirà, sarà ben lieto di essere andato nel cosmo via, via con lui, per la prima o per l’ennesima volta. Ci bum. Ci bum bum.
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