CHI È IL PROSSIMO CEO DI BPER

Montani, il bancario diventato banchiere con fama di “risanatore”

La gavetta al Credito Italiano, a Novara per il salvataggio della popolare, la fusione con Verona e AntonVeneta. Bonomi lo volle in Bpm, l’amara esperienza nella Carige di Malacalza

di Alessandro Graziani

I punti chiave

  • L’esperienza alla Popolare di Novara e l’amicizia con Gianluca Santi
  • L’offerta (milionaria) degli olandesi di Abn Amro per guidare AntonVeneta
  • L’esperienza alla guida di Bpm che può tornare utile in Bper
  • In Carige il ticket con Castelbarco e le tensioni con Malacalza
  • I rapporti con la Vigilanza Bce e il futuro di Bper

5' di lettura

Il nuovo amministratore delegato di Bper Piero Montani è un banchiere nato bancario. Conosce la “macchina” della banca in ogni dettaglio, e in ogni centro di costo, e sa come farla funzionare. Ha imparato il mestiere iniziando nel 1974, subito dopo il diploma in ragioneria, a lavorare allo sportello e poi facendo tutta la classica gavetta della banca: ufficio titoli, estero, merci, fidi, sviluppo commerciale. E poi direttore di filiale, capo area, fino ad arrivare con ruolo dirigenziale nella (ormai ex) sede milanese di Piazza Cordusio, alternando ruoli di vertice nella pianificazione e controllo con quelli in funzioni commerciali e distributive (tra cui ad di Consult sim, che poi diventerà Xelion). Dopo oltre venti anni al Credit, passa con un ruolo da top manager in una delle scuole bancarie dove l'efficienza era la regola: il Credito Romagnolo nell’era di Cesare Farsetti, banchiere di razza e personaggio pirotecnico che amava andare a sorpresa nelle filiali del “Rolo” a controllare come i dipendenti trattavano i clienti, verificando che tutti gli sportellisti avessero la cravatta (“al Rolo non solo abbiamo i bancari più' bravi - amava dire Farsetti tra il serio e il faceto - ma anche i più' eleganti e i più' belli”). In una banca guidata da uno degli ultimi padri-padroni, e in una fase complessa come quella dell'integrazione col Credit dopo il successo dell’Opa, Montani riuscì a emergere per la sua riconosciuta qualità di gran lavoratore.

L’esperienza alla Popolare di Novara e l’amicizia con Gianluca Santi

Dopo soli due anni al Rolo, arriva la svolta della sua carriera con la chiamata - su forte moral suasion della Banca d’Italia - al vertice della Banca Popolare di Novara, prima come direttore generale e subito dopo come amministratore delegato. Dall'essere stata la più grande banca popolare d'Italia, a fine anni ‘90 la Novara era in profonda crisi. Andava ristrutturata e poi, come richiesto dalla Vigilanza, aggregata con un’altra banca. Montani si trovò a gestire una situazione non facile, tra mille localismi, vecchi grandi affari da sistemare e crediti da gestire, un’ipotesi di aggregazione con Capitalia-Banca di Roma quasi fatta ma poi misteriosamente sfumata, un presidente economista dal carattere vulcanico come Siro Lombardini con cui non era sempre facile fare sintesi. E un mondo della “vecchia Novara”, che aveva come bandiera l’ormai anzianissimo ex presidente Lino Venini, contrario a ogni aggregazione. Montani si dedicò al risanamento lavorando con un team di pochi fedelissimi (tra cui l’allora giovane capo delle investor relation Gianluca Santi, di cui parleremo in seguito) e poi, con l'advisor Mediobanca, puntò con decisione sulla fusione con la Popolare di Verona guidata dall’a.d. Fabio Innocenzi. Bankitalia gradì.

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L’offerta (milionaria) degli olandesi di Abn Amro per guidare AntonVeneta

Con Innocenzi, come era prevedibile, il ticket non funzionò. Due capiazienda, pur con posizioni predefinite, raramente convivono a lungo malgrado la “finzione scenica” del merger of equals. Dopo solo un anno da “co head” di Verona-Novara, nel 2003 Montani viene chiamato dagli olandesi di Abn Amro - sempre con il gradimento di Banca d’Italia - a guidare la Banca AntonVeneta, dopo i lunghi anni della gestione di Silvano Pontello caratterizzata da numerose acquisizioni e da difficili integrazioni (a partire dalla Banca Nazionale dell'Agricoltura). Per Montani, che si porta come stretto collaboratore di fiducia Gianluca Santi, è la seconda vera svolta della carriera. Se a Novara il salto era stato professionale, a Padova il balzo riguarda pure la sua remunerazione. Anche grazie al successivo scontro per il controllo, con Opa e controOpa tra olandesi e Popolare Lodi, Abn Amro trattiene Montani con una remunerazione che ne fa uno dei banchieri meglio pagati (e più' invidiati dai colleghi). L’esito della cruenta battaglia, durata quasi due anni con conseguente paralisi della banca, porta l'AntonVeneta nelle braccia di Mps. Montani rifiuta di restare con incarichi nel nuovo gruppo e se ne va nel 2008.

L’esperienza alla guida di Bpm che può tornare utile in Bper

Per tre anni, Montani resta un allenatore “disoccupato”. Il suo ristretto team di manager fidati, che da Novara lo aveva seguito a Verona e poi in AntonVeneta, si disperde. Il suo braccio destro Gianluca Santi passa in Unipol, dove nel corso degli anni diventa uno dei più stretti top manager di fiducia di Carlo Cimbri. Accade spesso, da lì in poi, che nelle varie rimpatriate bolognesi di Montani, a partire dagli ex colleghi del Rolo, nel fare un saluto all’amico Santi si finisca per fare quattro chiacchiere con Il numero uno di Unipol, con cui il rapporto di stima reciproca è ormai ultradecennale.Nei tre anni di “esilio”, Montani rifiuta alcune proposte che non lo convincono. E come capita agli allenatori di serie A, aspetta. Dedicandosi di più alla famiglia che continua a vivere a Carate Brianza, facendosi vedere un po' più spesso allo stadio a seguire la sua Sampdoria, e allungando i tempi di relax nel suo buon retiro in località Poveromo, quattro kilometri a nord di Forte dei Marmi. A metà 2011 decide di accettare la proposta di guidare il MedioCredito Centrale e la neonata Banca del Mezzogiorno nell’orbita di Poste Italiane. Ma quello romano (a parte Bankitalia) non è il suo mondo e quando sei mesi dopo la Investindustrial di Andrea Bonomi, informata la Banca d'Italia (e anche Mediobanca), lo chiama per guidare la Banca Popolare di Milano nel dopo Ponzellini, accetta il nuovo incarico con l’entusiasmo di un ragazzino (e di nuovo con uno stipendio che molti gli invidiano). C’è da mettere mano ai conti, trattare con i sindacati-azionisti, dialogare con la nuova Vigilanza di Bce. Un’esperienza che per molti aspetti gli potrebbe tornare utile ora in Bper se, come pare, dovrà verificare se una fusione con BancoBpm è possibile. E certo Montani - che oltre all’esperienza in Bpm ha anche quella seppur breve a Verona-Novara - conosce pregi e difetti della banca controparte, oltreché quasi tutte le prime e seconde linee manageriali delle varie banche confluite nel gruppo.

In Carige il ticket con Castelbarco e le tensioni con Malacalza

In Bpm l’esperienza dura giusto il tempo di fare pulizia di bilancio e rimettere il gruppo in carreggiata. Poi, complice anche qualche divergenza con il presidente Bonomi, Montani se ne va accettando - chissà se ne è mai pentito - l’offerta della famiglia Malacalza (anche su suggerimento di Bankitalia...) di guidare Carige fuori dai postumi dell’era Berneschi. Un’altra banca “malata”, di nuovo l’idea di andare a risanare, a ripulire il portafoglio crediti. Montani sembra meno convinto di altre volte ma, per un banchiere genovese ormai ultrasessantenne, l’idea di chiudere la carriera alla guida della banca della città in cui è nato fa premio sulle oggettive difficoltà ambientali. In Carige fa ticket con il presidente-gentiluomo Cesare Castelbarco Albani ma ben presto entrambi si rendono conto che la banca fatica a reggere l’urto delle criticità pregresse e la martellante azione della Vigilanza Bce che, di fatto, da Francoforte commissaria la banca. Quando a Montani e Castelbarco arriva la proposta del fondo Apollo per ricapitalizzare l’istituto, corrono a presentare l'offerta al cda pensando di aver trovato la soluzione per salvare Carige. Non la pensano così i Malacalza che, oltre a non confermarli nel loro incarico, promuovono anche una causa legale (poi il Tribunale darà ragione a Montani e Castelbarco).

I rapporti con la Vigilanza Bce e il futuro di Bper

Quando ormai Montani pensava serenamente di godersi la pensione, pochi giorni fa è arrivata la chiamata di Cimbri - ad di Unipol, primo socio di Bper - per guidare la banca emiliana. Stavolta non dovrà fare il risanatore, perché il gruppo emiliano ha i conti a posto, ma dovrà gestire l’integrazione degli sportelli di Ubi (acquistati nel deal con Intesa Sanpaolo) e trattare un’aggregazione a condizioni vantaggiose per i propri azionisti. Per tutti, ovviamente, non solo per Unipol. Servirà un dialogo fitto con la Vigilanza Bce, con cui Montani si è ben allenato soprattutto negli anni di Carige. E servirà anche la disponibilità' a lasciare la futura carica di capoazienda del gruppo che nascerà. Per il soldato Montani non è certo quello il problema. È abituato. E poi forse stavolta a missione compiuta va davvero in pensione. Forse.

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