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Moody’s lascia il rating dell’Italia a Baa3 e alza l’outlook a stabile. Giorgetti: conferma che operiamo per il bene dell’Italia

Debito pubblico. L’agenzia mantiene il giudizio Baa3 ma alza l’outlook a positivo ed evita un downgrade che avrebbe schiacciato i BTp nell’area più a rischio. Giorgetti: premiata la prudenza sui conti

di Morya Longo e Gianni Trovati

3' di lettura

L’agenzia di rating Moody’s ha rivisto al rialzo l’outlook sull’Italia. Moody’s ha confermato il rating a Baa3, il più basso tra i giudizi di investment grade, alzando però l’outlook da “negativo” a “stabile”. Un taglio alla valutazione avrebbe portato l’Italia al cosiddetto livello “junk”, ovvero “spazzatura”. Moody’s aveva deciso di abbassare l’outlook da stabile a negativo poco dopo la caduta del governo Draghi, avvenuta nel luglio del 2022, rendendo concreto il rischio di una bocciatura sul debito pubblico. Le prime tre valutazioni, fatte rispettivamente da S&P, Dbrs e Fitch, avevano lasciato immutato il rating e anche l’outlook - ovvero le prospettive - sul debito sovrano dell’Italia, pur in presenza di un rallentamento dell’economia evidenziato nei rapporti.

Quattro su quattro

Con la conferma arrivata nella tarda serata da Moody’s (Baa3, outlook positivo) i BTp chiudono senza scossoni la stagione autunnale dei rating. Se ne riparlerà in primavera.

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Il risultato è importante perché evita di moltiplicare le incognite sul debito italiano e permette di proseguire quella fase di decompressione, favorita anche dal calo dell’inflazione e dai suoi riflessi sulla politica monetaria, che dopo le decisioni della Fed nell’ultimo mese ha portato lo spread con i Bund da 207 a 176 punti e ha schiacciato nello stesso periodo il rendimento del decennale dal 5 al 4,35 per cento.

Giorgetti: Moody’s conferma che operiamo per il bene dell’Italia

Il ministero dell’Economia incassa il referto con un sospiro di sollievo e rivendica il risultato ottenuto con la linea della «prudenza realista» imposta da Giorgetti in asse con la premier Meloni. «Se arriva il downgrade andiamo tutti a casa», aveva ripetuto a più riprese il titolare dei conti italiani a colleghi e alleati che gli chiedevano di allentare un po’ le briglie della manovra per far spazio alle loro “misure bandiera” su pensioni e non solo. Le briglie non sono state allentate, e il downgrade non è arrivato.

«Accolgo con molta soddisfazione la pronuncia di questa sera. E’ una conferma che, seppure tra tante difficoltà stiamo operando bene per il futuro dell’Italia». Così il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti commenta la pronuncia di Moody’s. «Quindi, alla luce del giudizio espresso da Moody’s e delle altre agenzie di rating, ci auguriamo che le prudenti, responsabili e serie politiche di bilancio del governo, pur nelle legittime critiche di un sistema democratico, siano confermate anche dal Parlamento».

Non che il mercato temesse qualcosa, in realtà. Basta guardare l’andamento dei titoli di Stato per capirlo: alla vigilia della decisione di Moody’s, lo spread tra BTp e Bund è addirittura sceso pur tornando al punto di partenza in serata: rispetto ai 176 punti base di giovedì sera, si è portato fino a 173 ai minimi da settembre, per poi chiudere a 177. Ma il punto vero, a prescindere dalle oscillazioni, è che il rating non era un tema sui mercati: lo spread tra BTp e Bund è sceso, in un contesto di rendimenti in calo ovunque, grazie al brusco ribasso del prezzo del petrolio di giovedì. Ed è risalito quando il petrolio si è ripreso. Come dire: il mercato dava quasi per scontato che Moody’s non facesse nulla. E ha avuto ragione.

Il motivo di tanta sicurezza tra gli investitori, quando ancora nessuno conosceva la decisione i Moody’s, è molto semplice: nell’ultima «credit opinion», che risale a maggio, Moody’s ha scritto chiaramente quali eventi avrebbero causato un declassamento dell’Italia. E ad oggi non si sono davvero verificati.

Moody’s indicava infatti, come motivi per tagliare il rating, «un indebolimento significativo dell’economia e della forza finanziaria», un minore impegno da parte del Governo «di implementare il Pnrr», il «ritorno di una crisi energetica» e «segnali di un significativo aumento della dinamica del debito». Temi ancora critici per l’Italia, certo, ma non verificati.

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