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Moody’s sospende il giudizio e adesso i mercati guardano al Def

di Rossella Bocciarelli


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(ANSA)

3' di lettura

E adesso manca solo la terza strega. In questo "videogame" pieno di mostri dietro l'angolo che è diventato il quotidiano confronto con il mercato (un fatto inevitabile, quando si convive con un debito pubblico di 2.358 miliardi e si ha l'obbligo di collocarne al pubblico 400 miliardi l'anno) prima delle fatidiche elezioni europee manca solo il verdetto di Standard &Poor's, atteso per il 26 aprile. Delle due consorelle americane, mentre Fitch ha deciso di mantenere per l'Italia il rating a livello BBB con un outlook negativo, sottolineando la probabilità di elezioni anticipate, il 15 marzo ha scelto di rinviare il suo nuovo giudizio l'agenzia Moody's, la più severa delle tre, quella che già a metà ottobre ci aveva collocato un solo gradino al sopra di chi rischia di non rimborsare i propri creditori. Possiamo tirare un sospiro di sollievo? Non esattamente. Prima del verdetto della terza maga del mercato, infatti, ci sono almeno un paio di tappe pericolose.

La prima è il rischio- Hard Brexit. Buttato fuori dalla porta del Parlamento inglese per soli 4 voti, potrebbe rientrare dalla finestra se l'Europa a 27 scegliesse di irrigidirsi al massimo nei confronti di un Regno Unito indeciso a tutto. E con un ipotetico cliff edge (discontinuità) nei rapporti tra Gran Bretagna e Continente il 29 marzo prossimo, la probabilità di un sobbalzo dello spread è consistente. Non è un caso che al governo si stia lavorando per mettere a punto entro mercoledì 20 marzo un provvedimento che garantisca la continuità operativa. In campo finanziario, per dire, accanto ai rischi di liquidità che potrebbero prodursi, vi è la questione della continuità dei contratti finanziari: la piazza di Londra è di gran lunga la più importante in Europa per il clearing dei contratti derivati (in particolare gli swap sui tassi d'interesse)e il valore nozionale dei contratti di controparti europee presso le controparti centrali britanniche ammonta a circa 69mila miliardi di sterline, una parte significativa dei quali (41mila miliardi) con una scadenza successiva al 29 marzo 2019. Le indicazioni dell'Unione europea per garantire la continuità della stabilità finanziaria, per fortuna, già ci sono; ma approntare gli strumenti legislativi è indispensabile.

C'è però un altro appuntamento al quale i mercati presteranno molta attenzione: si tratta del Def, che va presentato entro il 10 aprile, in uno scenario nel quale non sembrano esservi più dubbi sull'estrema debolezza dell'attuale performance economica del nostro paese. Nel documento economico in gestazione il governo prenderà atto, nel suo quadro macroeconomico tendenziale, di questo drastico cambio del clima congiunturale, che ha trasformato l'anno bellissimo preconizzato dal presidente del Consiglio Conte in un momento grigio, se non nero, e abbasserà le proprie stime di sviluppo per il 2019. Del resto, se il maggiore centro studi tedesco attribuisce alla Germania, nostro principale partner commerciale, un aumento del Pil non superiore allo 0,6 per cento, non c'è davvero nulla di strano se il governo italiano nel suo documento economico abbassa a qualche decimale sopra lo zero la crescita stimata per l'Italia per quest'anno. Il realismo nell'analisi congiunturale, inoltre, può permettere in sede di discussione europea di allentare il nodo scorsoio della regola dell'output gap e di chiarire che non c'è esigenza di fare manovre di bilancio in corso d'anno.

Molto più delicata è la questione di prospettiva: qui, come si sente dire, la tentazione del governo è quella di presentare un documento senza aspetti programmatici: senza valutazioni, cioè, sul che fare nel 2020 e nel 2021, quando le ormai ultra-logore clausole di salvaguardia richiedono che vengano disinnescati, rispettivamente, 23,1 e 28,8 miliardi di maggiori imposte sull'Iva, in modo da rinviare le scelte più complesse della politica economica all'autunno. Una scelta che sarebbe assai difficile da capire all'esterno, soprattutto perché verrebbe fatta da un governo che dichiara a ogni piè sospinto di voler durare cinque anni e che verrebbe interpretata dai mercati come il segnale che, invece, si naviga a vista. È importante, quindi, non dimenticare mai che, come era solito affermare l'ex ministro Giulio Tremonti «siamo in un videogame» e che occorre evitare di fabbricarci i mostri da soli.

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