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Moratti, storia di un presidente e di vent’anni di passione nerazzurra

di Giulio Peroni

4' di lettura

Gli hanno detto che era tardi, che il calcio stava diventando un'altra cosa. Che la Milano di Vecchioni, Alda Merini e Aldo Giacomo e Giovanni non aveva più la nebbia. E nemmeno quel codazzo di giornalisti vecchio stampo ad aspettarlo mattina e sera, sempre là sotto, davanti al portone della sua Saras. E così Massimo Moratti, 20 anni di epica assoluta, psicodrammi risolti e fatiche non più sostenibili, ha lasciato l’Inter, il calcio, un vuoto fisico e culturale per una città che perde milanesità a velocità supersonica.

Lasciando soli, con montagne di ricordi, anche tutti quei cronisti di strada, gran parte interisti, contagiati da quell'aria sempre un po' ironica e di conquista del Moratti che c'era sempre, che ne aveva sempre una. Uno di quei giornalisti, Claudio De Carli de “Il Giornale”, ha descritto nel libro “Aspettando Moratti. Vent'anni di giornalismo e Inter” (editore Indiscreto) la storia di quei 20 anni di passione nerazzurra, di attese sotto la Saras di Galleria De Cristoforis.

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Tra San Babila e il Duomo. Ha raccontato il suo rapporto con quel presidente che per raggiungere il vertice più alto del suo sogno pallonaro (e familiare) ha dovuto percorrere chilometri di amarezze, errori, tradimenti non svelati, subìti da chi doveva accompagnarlo nella leggenda prima di quel trionfale, irripetibile anno 2010. Quello del “triplete”, dell'Inter più forte di tutto e tutti. L’autore dell’opera era (è) ritenuto un outsider, un tipo altenativo, scanzonato.

Un Gigi Meroni della carta stampata, uno fuori dal giro “giusto” del giornalismo. Proprio per questo era apprezzato da Moratti, da un tipo come Josè Mourinho. E da loro raccoglieva spesso confidenze, retroscena. Pulsioni di vita e di campo, che per il nuovo politically correct del calcio, quello che scandalizzerebbe due tipi come Gianni Bera e Beppe Viola, non prevede alcuna forma di sincero outing.

Da Ronaldo a Santon, da Mancini a Zamorano. Non c'è personaggio della storia interista recente che non abbia avuto con De Carli un episodio personale da condividere, da raccontare. Questo lavoro (434 pagine, 250 mini-capitoli) è un libro sull'interismo. Un misto di speranze, autolesionismo, gioie, misteri, grandi occasioni mancate, ma alla fine sfruttate. Un qualcosa di indefinibile, che nella figura dell'ex patron nerazzurro trova la sua sintesi. Come filo conduttore il giornalismo sportivo, le piccole miserie-nobiltà del mestiere, le invidie, i meccanismi dell'informazione reale che qualcuno immagina, ma pochi in definitiva conoscono.

L’autore ha seguito vent'anni di storia interista dell'uomo Moratti, disperato complice del calcio business che non gli apparteneva, che non lo stuzzicava quanto i battiti del cuore, la memoria di papà Angelo, i dribbling di Ronaldo e Recoba. «Comunque lo si giudichi - ricorda Stefano Olivari nell'introduzione - lui è stato uno dei pochi presidenti di grandi club a non avere mai avuto secondi fini politici o finanziari, visto che dell’Inter si è sempre occupato a tempo pieno, investendo soldi suoi e non dell’azienda di famiglia. Rimettendoci una cifra vicina al miliardo di euro, tutto compreso. In molti lo hanno accusato di non avere fra i suoi primi obiettivi nemmeno le vittorie, ma questo è senz'altro falso. Moratti ha sempre voluto vincere, ma vincere da Inter. Nonostante dovesse fronteggiare tutte le situazioni che hanno portato a Calciopoli».

Il presidente della Champions League vinta a Madrid il 22 maggio 2010 (Inter Bayern 2-0) prese il club nerazzurro da Ernesto Pellegrini nel 1995. Il suo primo “colpo” doveva chiamarsi Eric Cantona, per il quale stravedeva. Come calciatore, come leader. Ma il francese non arrivò mai. Arrivò qualcosa di molto meglio, appena due anni dopo. Un fuoriclasse unico, clamoroso, che trasformò Massimo Moratti nel presidente più emergente dell’epoca. Il mondo aveva gli occhi puntati su San Siro quel giorno di fine luglio del 1997, quando Aldo Giacomo e Giovanni apparecchiarono la festa a 60 mila interisti in amore per l’esordio del “Fenomeno” Ronaldo. Il più grande di tutti, strappato al Barcellona un mese prima.

Poi la storia andò avanti. Arrivarono il mancato rigore proprio a Ronaldo nel celebre Juve-Inter del '98, sempre in quell'anno la coppa Uefa a Parigi contro la Lazio, 4 scudetti (+ 1), 4 coppe Italia, 4 Supercoppe nazionali, 1 Champions League, infine la cessione all’indonesiano Erick Thohir, prima dell'arrivo del gruppo Suning. Proprietà diverse, mondi, finalità differenti. Claudio De Carli, tra realismo e melanconia: «Credo che i Moratti siano un impero a parte, con confini fragili e al tempo stesso inespugnabili. Immagino che mangino quando hanno fame, in una delle città a caso del mappamondo. Credo che siano in continuo contatto telepatico, che abbiano una disponibilità economica esagerata, ampiamente superiore a quella di tutti gli abitanti del quartiere Forlanini dove abito: compresi gli esercizi commerciali, le farmacie e l'Esselunga. Generosi, non saprei dire chi fra loro lo è di più. E poi credo che il dottore (Massimo, ndr) sia un evaso dal calcio, ma quando dice di non essere pentito e che ha fatto il suo tempo, non ci credo. Se l'Inter vince si chiede perché l'ha lasciata, in fondo potevano vincere ancora un po' insieme. Se l'Inter perde invece si chiede perché l'ha lasciata, poteva aiutarla a tornare in alto. Però quando dice che i tempi sono cambiati non posso che dargli ragione. Non ci sono più neppure i fotografi dietro alla porta dei gol, erano loro il primo segnale. E sono cambiate perfino le chiacchiere al frigo dei gelati con la Gazzetta spalancata davanti. Adesso i tifosi appoggiano i gomiti sui social, parlano di bilanci, bond, plusvalenze, fair play finanziario, Cda e marketing. Papà Angelo, figlio di un farmacista con la bottega lì, in piazza Fontana. La signora Erminia fino al Massimo, la Milly e la scodellata di marmocchi. Un giorno qualcuno dovrà pur scrivere la loro storia e allora vorrei essere il primo a leggerla. O comunque fra i primi».

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