Il premio francese alla memoria di Alessandro Bozzo

Morire di giornalismo: una storia di “ordinaria” intimidazione della libertà di stampa

di Serena Uccello

4' di lettura

Se quel giorno il buio non fosse stato così impenetrabile oggi Alessandro si preparerebbe a festeggiare - tra qualche mese - il suo 46° compleanno. Forse a “Pierino” non ci penserebbe più, o forse sì. Forse non vivrebbe più a Cosenza o forse vivrebbe ancora a Cosenza. Forse sarebbe sposato, o forse no. Chissà che uomo sarebbe oggi Alessandro. Di certo sarebbe un padre, amorevole e innamorato della sua Stella del mattino. Di certo sarebbe un giornalista. Padre e giornalista: i due punti fermi, indiscussi nella vita di quest’uomo che a quarant’anni, pochi giorni dopo aver compiuto il compleanno, non festeggiato (che c’era da festeggiare? Nulla, si ripeteva. E poi gli amici? ) .

I numeri dicono che dal 2006 ad oggi i giornalisti minacciati in Italia sono stati 3.603. Una enormità ma anche una cifra “drammaticamente” parziale perché secondo Ossigeno per l'informazione (che è l’acronimo di OSservatorio Su Informazioni Giornalistiche E Notizie Oscurate ed è l’osservatorio FNSI e Ordine dei Giornalisti) per ogni giornalista minacciato di cui si viene a conoscenza, altre nove storie rimangono sconosciute. Il totale quindi si aggirerebbe intorno ai 30mila. Alessandro è stato uno di questi 30mila e la sua è stata una storia, ordinaria e a lungo ignorata, ma emblematica delle pressioni, degli attacchi che ogni giorno subisce la libertà di stampa. Alessandro è Alessandro Bozzo, giornalista di Calabria Ora, che sabato 26 gennaio riceverà alla memoria il premio Mario Francese (giornalista del Giornale di Sicilia, ucciso dalla mafia quarant’anni fa).

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La vicenda di Alessandro è stata con passione e con empatia narrata da Lucio Luca, giornalista del quotidiano “La Repubblica” in un bel libro pubblicato da Laurana dal titolo L’altro giorno fatto quarant’anni. Il libro è un romanzo e del romanzo ha la libertà di scegliere i fatti su cui focalizzarsi, la trama della vita di Alessandro da far emergere. Scelta narrativa, ma scelta anche determinata dal fatto che quanto è accaduto ad Alessandro è ancora materia processuale. Soprattutto per quanto riguarda le responsabilità dell’editore per cui ha lavorato: per la prima volta infatti un editore è stato in primo grado per il reato di violenza privata.

«Pierino è l’editore. Ha preso una condanna a quattro anni e mezzo di carcere per usura, ma questo a Cosenza è solo un dettaglio. Ha un sacco di cliniche, si destreggia nella politica calabrese da quando aveva i calzoncini corti, si dà del tu con assessori e burocrati, del giornale non gliene fotte niente ma sa che senza questo strumento di potere sarebbe uno dei tanti imprenditori bordeline di questa terra infame. Del resto da noi i giornali a questo servono: articoli, campagne di stampa, direttori compiacenti che non disturbano il manovratore e se c’è da prendere di mira un sindaco o un assessore, basta chiamare un giornalista da quattro centesimi e riga, drgli di picchiare duro e il gioco è fatto. Certo qualcuno ogni tanto alza la testa e si rifiuta. Dal giorno dopo, però, si deve cercare un altro lavoro».

Qual è il mondo di Alessandro? È quello di un giornale locale che grazie al lavoro di un gruppo di giornalisti -spesso sottopagati - cerca di fare esattamente quello a cui faceva riferimento Pippo Fava quando, spiegando la sua idea di giornalismo, scriveva: «Io sostengo che la vera notizia non è quella che il giornalista apprende, ma quella che egli pazientemente riesce a scoprire. Io ho un concetto etico di giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane».

Alessandro che questo sia il senso del suo mestiere - che è la sua identità - lo sente in ogni parte di sé, lo sente visceralmente, al punto di sacrificarsi e sacrificare la sua famiglia, ogni suo minuto, ogni sua energia. Accetta orari massacranti e accetta lo scherno di cui lo considera una scheggia impazzita solo perché è un uomo libero. Accetta di farsi carico di responsabilità ben superiori a quelle che spetterebbero al suo ruolo all’interno del giornale. Di guidare il giornale dei momenti di difficoltà. Accetta l’assenza di “grazie” e il progressivo demansionamento. Non si piega mai. Non perché sia un folle ma perché non riesce a farne a meno, non può sottrarsi alla sua natura di uomo onesto. «Alessandro ha talento. Lo fermano, lo vessano, lo sottopagano, lo isolano ma lui resiste. Poi, però, qualcosa si rompe. E tutto lo schifo che lo assediava e il dolore che montava da dentro lo inghiotte. Per sempre», scrive Roberto Saviano. Alessandro infatti pochi giorni il suo compleanno - è il 2013 - stanco e sopraffatto si uccide.

«A noi ci fotte il romanticismo. Facciamo i giornalisti e ci sentiamo come quei due del “Washington Post” che si incularono Nixon. E Invece stiamo a Cosenza, in Calabria , dove il mestiere è proprio un’altra cosa. Sacrifici, pressione, minacce , questa eterna commistione tra mafia e politica che non riesci mai a comprendere del tutto. A destra, a sinistra, al centro. Ti metti a cercare le notizie rompi i coglioni al potente di turno, magari lo fai pure dimmettere o, addirittura, lo mandi in galera con i tuoi articoli. Poi la mattina dopo esci di casa, vai al bar a prenderti il caffè con i colleghi, ti senti un cazzo e mezzo perché quella perda di assessore ha perso e ti rendi conto che non è servito a nulla».

È evidente nelle parole di Lucio Luca l’ansia di chi sente su di sè lo smacco per l’ingiustizia subita da Alessandro e l’urgenza di restituirgli qualcosa. Il fervore della ribellione, la ribellione di chi ogni giorno - in questi tempi- vive la progressiva delegittimazione. C’è l’ardore dell’identificazione in queste pagine. E la verità degli innamorati. La storia di Alessandro - restituita in queste pagine perfettamente - è un gran atto d’amore nei confronti del giornalismo. Ecco perché dovrebbe essere conosciuta da tutti quelli che si apprestano a fare questo mestiere. Ma soprattutto da tutti i giovani, come perfetta narrazione di una pedagogia della democrazia.

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